Essere o non essere?

by Gen 11, 2023Memorie e Racconti

Il grande antropologo francese, Claude Lévi-Strauss, alla fine del suo monumentale studio sulla mitologia delle Americhe, metteva in evidenza che la logica del mito e dei suoi creatori, sembrava rispondere ad una logica binaria. Era la fine degli anni 60’ del secolo scorso, quando i primi rudimentali computer casalinghi erano appena agli albori, ma alla base della cui programmazione c’era quella stessa logica binaria che Lévi-Strauss aveva colto nell’uomo. Se ci fermiamo a riflettere sulla nostra vita quotidiana, è evidente come alla base di molte nostre azioni e pensieri (per non dire tutti), ci sia una elementare scelta tra bianco e nero, buono e cattivo e così via. Prendere in considerazione il grigio e tutte le sue sfumature, richiede uno sforzo intellettivo che spesso non abbiamo la necessità di fare, o che molti, non hanno la cultura, la coscienza critica o la voglia di fare. Nella mitologia nordamericana e nelle tradizioni di alcune popolazioni in particolare, questa logica binaria è espressa con una chiarezza ed una ricchezza di simbolismo affascinanti. Un gruppo di miti nel quale la ritroviamo è quello che vede come protagonisti i gemelli. Nell’immaginario collettivo occidentale siamo abituati a pensare ai gemelli come dei cloni, due individui perfettamente identici nell’aspetto e magari anche nel pensiero e nel comportamento. Nei miti nordamericani invece i gemelli sono assolutamente diversi tra loro, complementari ed opposti; se uno è calmo ed ubbidiente, l’altro è impulsivo e ribelle, a volte sono un fratello e una sorella incestuosi che si trasformano in due stelle o nel sole e nella luna, e così via. 

Tra i popoli delle grandi pianure, questa dualità si manifesta anche in una serie di personaggi mitologici e potenze spirituali che a volte si fondono e si confondono. Uno degli spiriti più diffusi è la “Donna Cervo”, ovvero una cerva, oppure un’antilope, capace di assumere le sembianze di una donna umana e di sedurre i cacciatori, che nel qual caso finiscono per impazzire. La controparte maschile è rappresentata dal cervo wapiti, del quale viene sottolineata la virilità ed il potere seduttivo nei confronti del sesso femminile, capace di fare “impazzire” le donne, alle quali spesso in queste culture si richiedeva una rigida castità. In sostanza quindi, i cervidi avrebbero un potere capace di sconvolgere la morale e l’ordine sociale, mentre al contrario, il bisonte, è spesso visto come esempio di virtù e la sua etologia presa a modello di una società umana ideale. I cervidi infatti hanno nel pensiero nativo un valore semiotico e caratteristiche ambivalenti e mutevoli; per citarne alcune, ad esempio, spesso partoriscono dei “gemelli”, due cerbiatti, contro un solo vitello del bisonte, vivono da soli o in piccoli branchi nascosti in luoghi boscati, mentre il bisonte vive in grandi mandrie, nelle praterie; i cervi hanno corna ramificate e caduche, mentre il bisonte ha corna coniche e permanenti. Una variante della “Donna Cervo” è il “Faccia Doppia”. Nei miti compare spesso sotto sembianze femminili (più raramente maschili) e analogamente ai cervidi è caratterizzato da una natura seduttiva ed ingannevole; può infatti presentarsi con le sembianze di un bellissimo giovane o di una ragazza virtuosa, per poi rivelare invece una natura mostruosa di cannibale o una seconda faccia orribile sulla nuca.

Il popolo Lakota, racconta l’origine del faccia doppia, “Anúng Ité”, in un importante mito cosmologico. Anúng Ité infatti, prima di diventare tale, era “Ité” (Viso),una donna umana bellissima ed industriosa, moglie dello spirito del vento “Tȟaté” e madre dei suoi quattro figli. Un giorno Ité cedette alle lusinghe del trickster “Iktómi”, il quale facendo leva sulle sue debolezze e sulla sua vanità la convinse di essere squalificata dai poteri dell’universo, per il fatto di essere una semplice donna mortale, mentre per la sua bellezza avrebbe meritato di essere considerata al loro pari e addirittura di diventare moglie del Sole, al posto di Luna. Con uno stratagemma, in occasione di una festa, alla quale erano presenti tutti i poteri dell’universo, Iktómi fece in modo che Ité si sedette al fianco del Sole, al posto di sua moglie Luna, che arrivando tardi alla festa, trovò che il marito le aveva preferito una donna, Luna si coprì il volto dalla vergogna con il mantello, tra le risa di scherno e l’umiliazione dei presenti. Per questo, il giudice dei poteri punì i colpevoli, condannando il Sole a non vedere più la moglie Luna, alla quale fu dato il compito di governare il cielo durante la notte, mentre Ité ed Iktómi, per la loro sfrontatezza e meschinità, furono condannati a vagare soli sulla terra, lontani dalle loro famiglie, derisi e temuti dagli uomini per l’eternità; Iktómi per la sua forma indefinita, Ité per un secondo volto orribile che da allora avrà per sempre sulla nuca, divenendo così Anúng Ité, letteralmente “Volto da entrambi i lati”. In questo mito, la dualità con Anúng Ité si carica di un ulteriore valore simbolico; non solo etico e sociologico, come abbiamo visto per le donne cervo con le ambivalenze ed i conflitti interiori umani, tra le pulsioni emotive ed individualiste e le pressioni conformiste della società, ma addirittura di valore cosmologico, mettendo in collegamento questa dualità, niente di meno che con la ciclicità dell’universo e l’inizio del tempo e dello spazio. Infatti dall’infrazione di Ité ed Iktómi, l’universo assumerà l’aspetto che ha oggi, con l’inizio dell’alternarsi del giorno e della notte, dell’inizio delle stagioni e della creazione delle quattro direzioni, ad opera dei quattro venti, figli di Ité e Tȟaté.

Sempre restando nella cultura Lakota, troviamo un’ultima entità spirituale, da alcuni confusa ed assimilata ad Anúng Ité ed alle donne cervo, ma per altri versi dotata di una identità e di caratteristiche proprie e distinte. Stiamo parlando di Wíŋyaŋ Núŋpapika, letteralmente traducibile come “Le Due Donne” ma comunemente chiamata Donna Doppia; questo spirito infatti è spesso descritto come due donne distinte, collegate tra loro da una corda legata in vita, al centro della quale pende uno specchio, oppure una bambola o una palla; le due donne possono essere identiche e parlare all’unisono, oppure distinguersi per la diversa altezza, o per l’abito caratterizzato da colori contrastanti come il rosso e il nero. Nel mito Wíŋyaŋ Núŋpapika è a volte descritta come uno spirito burlone, che si diverte a cambiare di forma altre creature, oppure a ridere sguaiatamente mentre si dondola con un’altalena. Nelle visioni delle donne e degli uomini a cui capita di sognarla, può fare profezie sulla loro vita futura, donare un’abilità ineguagliabile nelle arti, ma soprattutto, immancabilmente pone l’individuo di fronte ad una scelta che segnerà la sua vita futura. La sua dualità infatti è connotata anche da una identità di genere e nel caso sia un uomo a sognarla, la “scelta” può comportare l’assunzione di una identità definita dai nativi con il termine moderno “Due Spiriti”, e tradizionalmente definita con l’assunzione di abiti, comportamenti ed attività femminili, non necessariamente collegati ad un orientamento omosessuale.  

Approfondire tutte le implicazioni simboliche, psicologiche, sociologiche, e biologiche che le tradizioni native fanno intravedere, richiederebbe uno spazio ben maggiore di questo articolo, ci congediamo pertanto dal lettore lasciandolo a riflettere su quanto lontano possa portarci approfondire una apparentemente elementare e banale dualità.

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