Odiabili Resti

by Apr 26, 2024Scrittura creativa

Cosa dev’essere ritrovarsi a passare per uno di quei quartieri dove resiste l’usanza di salutare l’arrivo di un nuovo anno con un fragoroso acciottolio di ceramiche, posate in rococò e vetusti servizi di tazzine in volo dalle finestre? 

Temo che, sulle prime, sempreché si riceva la grazia di restarne spettatori e di non finire malcapitata vittima del sontuoso vasellame, la scena potrebbe equipararsi alla tonante e plateale cacciata di un fedifrago dal tetto coniugale e sarebbe così melodrammatica da somigliare più all’addio rovinoso di un amore che non al sonoro epilogo di un altro anno solare. Ma poi quei dardi destinati al tonfo rappresenterebbero un fortunale riparativo della vita umana, un augurio di consesso che si compie per contrasto proprio con l’infrangimento; e si assisterebbe quindi a un rito di comunità che, nel sancire una momentanea e propiziatoria insania collettiva, conserva un tale slancio liberatorio da illudere gli umani che basti davvero un gesto apotropaico per rimediare retroattivamente alle insufficienze e postergare le brutture subite o commesse. Un po’ commutare, un po’ giocarsela a rimpiattino, come in un banco dei pegni o in un poker avventato: dare il precipizio per attirarsi il vaticinio della risalita della china, risolversi nella dipartita per travedere l’auspicio di nuovi incontri, prendere partito di una secca chiusura per avvicinare un orizzonte di riscatto. Ma si sa che cartai e banche fanno concessioni solo a patto di vedersi garantiti gli interessi. E che ad ogni rilancio si va incontro al rischio di una perdita più spiacevole, di una caduta più esiziale. Eppure non per questo si risparmiano piatti o si spera di meno; e un gran baccano, un cerimoniale di strepiti servono forse a segnare uno stacco, ad aiutarsi nella segmentazione del prima e del dopo, perché non si può sorreggere il peso della memoria tutto insieme, specialmente quando essa si dilata o si stratifica: il trambusto allora è come la banda che passa e sospende l’incredulità, una mappatura di rughe che moltiplica il sorriso sul volto, un paio di quegli occhiali caleidoscopici e redentivi del mercante di luce cantato da De André, la rivolta per riguadagnare la normalità (così mostruosa, così preziosa), un’ilare parentesi di sgangheramento per fare la muta e accettare l’avvolgente dramma del reale con la convinzione di ripartire dal via, innaffiando di fiducia la risaputa ordinarietà che c’era e – lo si avverte dentro, lo si allontana fuori – che torna, con gli stessi abiti.

E i cocci? Che ne è di quei frantumi di giorni, di quelle responsabilità fracassate al suolo? Chi pulisce? Fervono i propositi per il nuovo anno, i pronostici gonfiano la volontà e ne lavano l’usura; e poco importa di indovinare le rotte di domani, che paiono così agguantabili nell’essere ancora soltanto un’ipotesi, un limbo di incombenze edulcorate dal brio di un suscitante inizio. Ma sulla strada le terraglie decomposte sono a ben guardare dei detriti che inchiodano imperiosamente la coscienza di chi ne contempla l’intrigante sciarada: e, più assordante dei cristalli sul punto di rompersi, risuona l’eco metallica dei futuri possibili che vengono additati dallo sfacelo dei pezzi, come in un cretto scaglioso che ridisegni inedite e infinite prospettive, confondendoti in un imperscrutabile e simultaneo gioco cubista dove ogni centro diviene relativo e le soluzioni si ribaltano nel contorto effetto moltiplicativo della dimensione. Vorresti allora improvvisarti artigiano giapponese di Kintsugi e incollare con l’oro i tanti sparpagliati frammenti per curare con una forma individuabile e pregevolmente ritrasformata quella sostanza di passato che in essi avevi infranto, ma l’incoercibile mosaico astratto grottescamente ti impugna con un’inversione dei ruoli e il domani, se prima era solo un’opera scomposta, adesso ti trapassa come una morena di pietraie: ed eccoti nuovamente sotto scacco, Pigmalione mentito e vulnerabile, che diventi la tela della quale gli aguzzi e beffardi trucioli scorticheranno la trama, recidendone l’opalino nitore con una fessura aperta, che buca – come in un Fontana – lo spazio limitato del piano, fa illividire ogni verosimile promessa nell’angosciosa risacca delle cose trascorse e conduce alla vertigine dell’assoluto ogni magro tentativo di vivere il presente. Di te non resta che un concetto lasciato a mezz’aria, svuotato e offeso dall’affilato rinculo della tua storia. Lo sfrido ti assale più dell’interezza, perché tutto ciò che hai rotto rimbalza nelle sue parti più forte che nell’insieme; il ciarpame di schegge scartavetra le consapevolezze, rifrange gli scopi, ti taglia le sofferte conquiste e rintuzza le avare sicurezze.

L’arte non basta a soprassedere ai cocci, che ti interpellano e non li puoi scansare; credevi fosse davvero tutto alle spalle e invece ti tocca strologare le infelici meteore piovute dalla palazzina. Qual è l’astro a cui raccomandarti per primo, o Cassandra? Da dove cominci e come ti confidi con il cielo quando le costellazioni sono una mutevole rete di memorie precipitate che lastricano affannosamente il selciato? Le vie della tua quotidianità ne sono ancora invase, lo screziato frastagliamento che intralcia e depista il tuo cammino è un enigmatico puzzle che intontisce la tua bussola, paralizzandoti il passo nell’indifferenza degli altri viandanti frettolosi, che smaniano, arrancano, consumano i vecchi sentieri credendoli nuovi, non ancora calamitati dall’indiscreta malia dei cocci – li chiami e non ti sentono, tendi la mano e nessuno ti vede – perché ciascuno ne è inquisito senza reciproca empatia e, agitandosi inavvertitamente nel proprio rebus distorto, è succube di un contagioso stregamento che tanto più allontana gli uomini quanto più li omologa. Vagoli in un labirinto privato che non sembra ammettere il soccorso del filo di Arianna, mentre ormai, Minotauro di te stesso, incassi la burla di questa corrida ingaggiata con le tue stesse mani, sbuffi alla cieca e il fiato – un groppo appesantito e schiumoso – emana un calore sinistro: ti guardi intorno e il tremolio lucente dei castoni imprigiona e sfaccetta i dubbi, le paure e le insoddisfazioni che si ingrossano virando nel tuo irriconoscibile profilo bovino.

C’è una via d’uscita? Fare ordine sembra impossibile, ma rimane necessario, e in fondo bisognava anche liberarsi di qualcosa. Non si va avanti deambulando sempre nel passato; ma è pur vero che non c’è tempo che non si ripeta, come non c’è tempo che non sia già andato: futuro non è oblio, passato non è involuzione. Perciò che facciamo oggi, stretti da un’eredità di frantumi? Senza barattare la fine con il principio, i sedimenti di un anno vecchio possono ricomporsi in un decalogo, in un vademecum per selezionare qualche perla in mezzo alla paccottiglia, stipare il pietrisco più resistente per quando ci ridurremo inermi, ricavare i piccoli quarzi per riattivare gli stimoli e trovare gli incastri imprevisti perché anche il materiale grezzo, assortito un coccio con l’altro, possa riavere un’armonia più forte del fragore e riassestare un vigore tanto inaspettato da costruire un ponte sopra i baratri del mondo e offrire il coraggio di continuare ancor prima del desiderio di ricominciare. E poi distinguere, rammemorarsi, imparare, seguire la traccia di quello che, pur timidamente, ci dà consistenza, carattere, ci sagoma e non ci frattura. Insomma fare un po’ come Renzo alla fine de I promessi sposi: un bilancio senza finzioni che dia cognizione di cosa ognuno può portarsi dietro da tutto ciò che lascia. E che cosa racconterebbe di te, prossimo ai trent’anni, il pulviscolo che salvi? Molto amore, poche persone. Il silenzio gestante, la parola attiva. E che l’inverno è sempre più lungo dell’estate ma fa fiorire la morte.

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