Bimbi Grandi

by Apr 26, 2024Scrittura creativa

Scrivere sull’Epifania, nel giorno dell’Epifania, sapendo che l’articolo verrà letto in un giorno lontano dall’Epifania – e quindi fuori contesto – avrebbe dovuto scoraggiarmi, e invece no, perché questo è un tema universale e senza tempo.

Prima le cose ovvie.
Epifania, come magari saprete già, significa “manifestazione del sacro” o anche solo “manifestazione”, nel senso di un qualcosa che diventa evidente, che si mostra per quello che è. Nello specifico, Pur essendo una festa religiosa, il significato dell’Epifania non è legato solo al sacro, anzi, dovrebbero proprio rivendicarla gli atei, perché è il contrario. Un’epifania – l’evidenza cioè di qualcosa che si rivela così com’è, che si mostra davvero – è un’esperienza di disillusione, una botta di realtà: credevo che fosse così, e invece BAM, epifania, la verità è quest’altra.
Citando sempre la letteratura sacra, nel film “Hook” (1991) c’è Capitan Uncino che – parole sue – ha una brusca epifania, un momento di consapevolezza in cui si ricorda di essere un vecchio marinaio solo, disabile, in un’isola sperduta, senza più avventura perché Peter Pan è andato via. “La mia vita è finita”, dice, e poi tenta il suicidio dando la colpa del gesto estremo al povero Spugna.

Quanto a me, l’Epifania che mi ha segnato è quella dei miei dieci anni.
Era già da un po’ che ogni 6 gennaio ricevevo puntualmente la visita della Befana che mi portava giochi e dolci, ma i miei genitori nel 1992 hanno voluto strafare, e dopo l’arrivo della Befana c’è stato un ulteriore colpo di teatro: dal terrazzo è arrivato il Befanotto, il compagno della Befana, con altri doni per me.
Io ovviamente ero del tutto avvinto dalla gioia e dagli effetti speciali, ma a un certo punto il Befanotto si è messo a ridere, e io ho riconosciuto la risata di un amico di famiglia, così BAM, come i Re Magi, come Capitan Uncino, epifania: questo non è il Befanotto. E allora quella non è la Befana. E allora quello di un paio di settimane fa non era Babbo Natale.
Ho sgamato le illusioni, sono diventato grande. È finita.

E invece no, non finisce. È questo il punto.
A ben guardare, anche l’Epifania stessa si rivela per quello che è (Epifania dell’Epifania, wow, si vola), cioè non una festa, non una data precisa, ma una ricorrenza costante, qualcosa che dopo la prima volta ritorna sempre, che non ti molla mai, perché essere adulti vuol dire che ogni momento è buono per incassare una botta di realtà.
Il Befanotto bussa di nuovo al mio terrazzo, e con la sua risata dissacrante mi ricorda che sono un bimbo grande, che non è poi così male, perché in fondo mi sento figo a sgamare le illusioni. Per stavolta sono stato bravo, la calza con i dolcetti l’ho meritata, ma devo lavorarci ancora se ne voglio altri.

Gli adulti, una volta cresciuti, si fossilizzano, diventano (appunto) cocciuti, e non celebrano più l’Epifania. Si convincono facilmente di aver capito tutto, di aver avuto l’ultima botta di realtà, definitiva, ma questa è l’illusione più forte di tutte, quella che ti intrappola.
I complottisti, per esempio, sono adulti che si sono fermati a una certa Epifania, e stanno bene lì. Il Befanotto della prossima disillusione gli bussa alla finestra, e loro fanno finta di non sentirlo, perché troppe botte di verità sono stressanti. Dopo che hai già capito tutto l’unica cosa che vuoi è restartene in pace con quella soddisfazione, non vuoi ammettere a te stesso che avevi capito pochino, che ne hai ancora di robe da sgamare e di botte da incassare, eppure è così.

Da che mondo è mondo  l’Epifania si fa con l’incontro tra la sapienza degli adulti e la purezza del bambino. Devi riuscire a mantenerti giocoso e curioso, per aprire ogni volta la finestra alle illusioni, ma al tempo stesso devi fare l’adulto pignolo che le sgama.
Il bambino da solo è destinato a farsi fregare, il sapiente da solo è destinato a non imparare più nulla (e quindi a farsi fregare), ma se questi due ogni volta li farai incontrare – è questo che mi ha insegnato il mio Befanotto – allora la festa non finirà.

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