Black Optimism

by Apr 26, 2024Scienza

Perché intitolare Ottimismo Nero, con la recente storiaccia delle annuali celebrazioni a suon di (recidivi) saluti romani per la Strage di Acca Larenzia, francamente mi pareva di cattivo gusto.

In fondo la Terra ha solo fatto un altro giro intorno alla propria stella, ma ai suoi abitanti piace fare bilanci ogni volta che questo accade, gli piace altresì elaborare liste di buoni propositi per il prossimo giro, che sarà certamente quello buono! Come penserebbe qualunque giocatore d’azzardo di fronte al prossimo giro di roulette o di slot machine. Lasciando dunque da parte le considerazioni scaramantiche e, dio ce ne scampi (e qualcuno ci scampi da Lui), gli oroscopi, perché esimerci da questo passatempo? Com’è andato questo 2023 quindi? Una merda direi… Non tanto dal punto di vista personale, in fondo cosa conta la vita di ciascuno di noi, sullo sfondo di una scena internazionale che non era così preoccupante da decenni? Mala tempora currunt, e non c’è nemmeno bisogno di ricordare che siamo appena riemersi dalle difficoltà di un a pandemia: in questo momento c’è una guerra, una guerra vera, nel cuore dell’Europa, e un’altra che promette di scoppiare definitivamente in Medio Oriente. Per non parlare della situazione dall’altra sponda dell’Oceano Atlantico dove, a mio avviso, gli unici due scenari plausibili del futuro a breve termine sono una rielezione di Trump o la Seconda Guerra Civile Americana (e, a ben pensarci, l’una non esclude l’altra). Mi sono spesso trovato a riflettere su quanto fosse stata fortunata la mia esistenza, non, di nuovo, dal punto di vista personale, ma da quello storico: la mia generazione ha vissuto in un periodo (e, ovviamente, in una parte del mondo) in cui la sicurezza e il benessere raramente hanno subito minacce rilevanti. Ce ne sono state altre di finestre temporali con lunghi intervalli di pace, chi può negarlo, ma chiunque abbia studiato un minimo di storia a scuola si ricorderà di quanti periodi storici vengano, appunto, studiati (non me ne vogliano gli storici per questa iper-semplificazione) come lunghi elenchi di guerre, invasioni e brutali sopraffazioni di intere popolazioni. 

Noi esseri umani, come sappiamo dalla nostra esperienza personale, come è noto da decenni di studio della psiche e come è confermato dai neuroscienziati che si sono occupati dell’argomento, abbiamo la spiccata tendenza a dimenticare più facilmente i fatti spiacevoli e ad allontanare dai nostri pensieri le previsioni negative. Oltretutto, la storia ci ha insegnato che, come collettività, non siamo mai diventati bravi a fare due cose: ad imparare dai nostri errori (difficile poi per chi la storia non la conosce affatto) e a tenere nel dovuto conto le previsioni più nefaste. Siamo, a quanto pare, un po’ troppo ottimisti, specie quando si tratta di considerare scenari veramente preoccupanti. Quante volte, retrospettivamente, sono scoppiate guerre o si sono verificati altri disastri (intendo disastri causati dall’uomo) dopo che ci eravamo ripetuti a vicenda: “nessuno sarà così folle da fare una cosa simile” oppure, senza scomodare la follia umana, un più pragmatico “non lo farebbero mai, non conviene a nessuno”. Invece lo hanno fatto, eccome. La mia riflessione è che probabilmente siamo estremamente bravi a fare un’altra cosa: non considerare la stupidità umana (qui intesa come idiozia del singolo, non come concetto generale) come uno dei motori della storia. Non sono uno storico, ma (come direbbe qualsiasi incompetente quando parla di una materia che non conosce), sebbene sia, ovviamente, necessario analizzare le implicazioni socio-economiche, politiche, religiose (eh già…) che sono alla base di qualsiasi sconvolgimento storico, mi affascina e, allo stesso tempo, mi atterrisce la constatazione di quanto eventi che riguardano la vita e la morte di milioni di persone possano essere state determinate da singoli individui, con le loro piccolezze e meschinità, semplicemente perché si sono trovati nel posto giusto al momento giusto. Con queste riflessioni come premessa e tenuto in considerazione il mio gusto per il black humor, non vi sarà difficile credere al fatto che, nelle discussioni con amici e colleghi, il sottoscritto venga spesso tacciato di essere un catastrofista. In realtà, per quanto cupo possa apparire il mio, ho sempre considerato l’umorismo uno strumento per vivere meglio, soprattutto nelle situazioni difficili, una sorta di antidoto alla drammatizzazione e alla nostra tendenza a prendere gli eventi (e se stessi) troppo sul serio.

Quindi? Tutto è perduto e non vale la pena affannarsi troppo per cambiare le cose? Per fortuna non siamo solo questo. Quanto è vero per il nostro Lato Oscuro vale anche per l’opposto e, ogni tanto, siamo capaci di fare grandi cose anche per il Bene. Anche in questo caso, qualche volta basta un singolo individuo nel posto giusto al momento giusto per stravolgere tutto ed iniziare una rivoluzione che sia scientifica, sociale o culturale che cambia le cose per sempre e per il meglio. Vale (quasi) sempre la pena non arrendersi di fronte alle avversità che i casi della vita ci presentano; ritengo che, allo stesso modo, non ci si debba lasciar sopraffare dall’idiozia individuale e collettiva. Nei momenti bui mi tornano in mente le parole di Piero Angela: “La razionalità è sempre stata minoritaria, ma è una battaglia che vale la pena di combattere.” 

Ma l’ottimismo, come il pessimismo, non può essere cieco: per risolvere i problemi dobbiamo prima accettare che esistano e per scongiurare una previsione nefasta dobbiamo considerare anche gli scenari che ci appaiono più aberranti, del resto sarà pur sempre meglio ipotizzarli che viverli, giusto? E allora abbandoniamo la nostra Sindrome di Pollyanna e muoviamo il culo per cambiare le cose, a partire dal nostro piccolo.

 

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