C’è un momento nel film “La Leggenda del Pianista sull’Oceano” che ricordano tutti, la cosiddetta scena del quadro: Novecento decide di scendere dalla nave e andare sulla terraferma. Così, come un quadro che è sempre stato lì sul suo chiodo, all’improvviso fram!
Cade giù.
È l’allegoria delle decisioni difficili che non prendi mai, e poi all’improvviso le prendi, con una facilità, una rapidità e un’irrevocabilità che non credevi possibile. Pensavo fosse solo una trovata un po’ retorica – anche un po’ sopravvalutata – invece mi sono ritrovato a fare la stessa cosa, a prendere una decisione che non avrei mai pensato di prendere. Riguarda il mio rapporto con il peccato di gola.

Non esagero se mi definisco una persona estremamente golosa di dolci, e in questo la mia condotta è particolarmente grave, per un motivo non tanto religioso, ma proprio etico: a me i dolci non fanno male, posso mangiarne quanti ne voglio. Non ho limiti. Quando esageri con i dolci, di solito lo fai sapendo che poi ne pagherai il prezzo, no? Sai che starai male di pancia, che passerai un brutto quarto d’ora al bagno, ma non importa, lo accetti. Svuoti il vassoio della zuppa inglese, sai che starai male, ma pazienza: è tanto buona. Ecco, c’è dell’eroismo in questo tipo di golosità, ma non nella mia. Io sono dovuto correre al bagno durante gli esami dell’università, per lo stress del lavoro, perfino per lo stress sentimentale, ma non per le abbuffate di dolci. Ricordo serate in cui ho cenato con una scatola di merendine, e poi niente postumi, nessun problema. Andavo al cinema, prendevo due sacchi grandi di M&M’s, ed erano già vuoti a fine primo tempo, nessun problema. C’era un vassoio di paste per il compleanno di qualcuno? Se avanzavano le finivo io, e non importa quante ne avanzavano. Le finivo.
Nessun problema.
Dice: ma che c’entra l’etica con tutto questo?
C’entra, perché se sai che non ti succederà nulla, e abusi della situazione, quello è peccato vero: sai che non ne pagherai il prezzo, perciò ti lasci andare, fai quello che ti pare impunemente. Funziona allo stesso modo con gli abusi di potere.
Il bello (o il brutto) è che non ci avevo mai pensato: per me era tutto normale. Infatti è questo che mi ha fatto cambiare.
Tempo fa, con le prime riaperture, ho fatto una mini grigliata con pochi amici, e ho portato il dessert: quattro scatole di Soffoconi di Merendoni, bombe nucleari di cioccolato e rum. Due scatole erano per gli amici, le altre due erano per me. Sapevo che mi sarei abbuffato e che ne sarei uscito intatto come Superman da una sparatoria. Dopo l’ottavo cioccolatino, un amico – nonostante fosse abituato alla mia ingordigia – mi ha domandato “ma non ti senti male?”, e la domanda mi ha colpito.
Nessuno me l’aveva mai chiesto.
Cioè, intendiamoci: certo che mi hanno detto un sacco di volte “guarda che poi ti fa male”, ma io sapevo che non era vero, l’avevo sperimentato, quindi l’ammonizione non funzionava, avevo le prove. Se me lo domandano, però, è tutta un’altra cosa, perché non è un divieto. I divieti fanno incazzare, le domande fanno riflettere.

In effetti, com’è possibile che non sto male? È un superpotere, o un problema? Se non hai limiti di velocità, che fai? Acceleri all’infinito? Ma davvero si può?
E poi, se non c’è il rischio del dolore, allora questo è vero piacere? Insomma, io dovrei soffrire per la mia ingordigia, invece sono privilegiato: a questo tavolo vinco e basta, quindi non c’è partita, quindi non è vero piacere.
È bello non avere limiti, ma alla fine c’è la fregatura.
Il mio superpotere mi ha reso dipendente dagli zuccheri, sono un tossico. Devo smettere. Mentre scrivo, sono cinque settimane che non mando giù cose dolci.
Il mio corpo non l’ha presa benissimo, trentamila miliardi di cellule dipendenti dallo zucchero non rinunciano volentieri al loro carburante preferito, però l’ho fatto lo stesso. Così, all’improvviso.
Basta dolci.
Fram.

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