Il Doppio in un videogioco

by Dic 10, 2022Scrittura creativa

Quando da adolescente passavo molte ore al computer frequentando la vita di un gioco di ruolo online, altro non facevo che alimentare la mia fantasia, la mia voglia di avventura, la mia ambizione caratteriale e fisica, plasmando un personaggio con il quale presentarmi – all’interno di quel mondo virtuale – molto simile a me, ma di molto anche migliore. Il personaggio si chiamava con il mio soprannome e, attraverso le impostazioni del videogioco, aveva anche un aspetto verosimilmente vicino al mio, solo più cattivo, più duro, più vissuto, più eroico e, soprattutto, più libero di viaggiare per mondi esotici, armato di arco e frecce, instancabile, sempre pronto a risolvere questioni, preoccupato soltanto di guadagnare un’armatura sempre più potente e a combattere spaventosi nemici. Ricordo, non senza giustificabile vergogna, il me adolescente che cammina in un corridoio deserto e si immedesima in quel personaggio, imitandone le movenze, puntando un finto arco contro finti nemici che popolano la realtà aumentata che vivevo in quei momenti. Ricordo poi, ora con più coscienza, la tagliente soddisfazione che mi donava quel doppio, quel pensarmi slegato dalla mia semplice forma umana, per assumere i tratti di quell’eroico alter ego; e volevo con tutto me stesso essere così! Invincibile! Volevo vivere affrontando problemi molto accessori – comparati ai problemi della vita vera: come battere un drago in una grotta o affrontare zombie e stregoni oscuri. I miei sogni erano allora vivacemente occupati da un mondo nel quale convivevano i giorni della settimana, la scuola e gli amici e il mondo atemporale e pieno di avventure vissute dal mio avatar virtuale; la mia vita stava diventando una metafora del videogioco, dove io, tutti i giorni che mi allenavo o prendevo un bel voto, sentivo come di aver vissuto un “Level UP!”; e andava tutto bene finché questo sistema veniva adottato per i miei risultati, per le mie vittorie. Il problema è iniziato con le sconfitte. Quando perdi, nel videogioco, imprechi un attimo, poi ricominci dall’ultimo punto di salvataggio: insomma, tutto da rifare, ma in fin dei conti, non è successo niente. Nel quotidiano le sconfitte hanno delle conseguenze da affrontare, magari delle scuse da fare, e ci si sente ammaccati dentro, desiderosi di poter avere un punto di salvataggio da dove ripartire, consci ormai degli errori commessi, sapendo e capendo cosa prima è andato storto. Ho iniziato così, nel videogioco, ad abbandonare per alcuni periodi il mio personaggio principale, creando, per noia, nuovi personaggi con cui giocare, con cui ricominciare “una nuova vita”; e nessuno di loro assomigliava al personaggio principale, a Poshboy, erano tutti completamente diversi, con abilità che non mi rispecchiavano per niente. Volevo pur sempre giocare, ma mettevo in pausa Poshboy e, in un certo senso, mi sentivo in pausa anche nella vita vera: perché magari ero scontento di come andavano le cose in quel momento o ero incapace di affrontare i “nemici” di quel momento. Dunque, ho pian piano voluto abbandonare il gioco, perché quel pensiero, quella metafora di vita era diventata totalizzante e mi rendeva infelice. Ho iniziato ad accettare la vita reale e tutti i limiti della mia persona e il fatto che non imparerò mai a volare e che non avrò superpoteri, ma me la devo cavare con quello che ho, con quello che ottengo e con ciò che davvero posso desiderare da me stesso. E il doppio virtuale è stato chiuso, aprendo la via a quella che sapevo essere la mia ultima missione: ricompormi in un unico.

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