Il dovere dell’accoglienza

by Dic 11, 2021Associazioni, Foligno e dintorni

La Caritas ospita le prime famiglie in fuga dall’Afghanistan

Sollievo per essere riusciti a fuggire, paura per chi è rimasto. Sono i due stati d’animo che forse, più di tutto, attraversano cuori e menti dei profughi afgani che ce l’hanno fatta a lasciare il loro Paese dopo la presa di potere da parte dei talebani. O, almeno, questo è quello che mi è sembrato di scorgere nei loro occhi. Osservandoli, con discrezione, ne ho colto la serenità di aver raggiunto un porto sicuro, ma anche l’inquietudine per quello che potrebbe accadere ai loro cari, a chi non è riuscito a scappare dall’Afghanistan. Ne ho incontrati diversi negli scorsi giorni grazie alla Caritas di Foligno che, attraverso la Fondazione Arca del Mediterraneo, si è subito detta disponibile ad accoglierli. Una mail alla Prefettura di Perugia, un tavolo di incontro e confronto con il prefetto e poi le prime comunicazioni ufficiali. Arrivano due famiglie, per ora. Poi ne arriveranno delle altre. In totale la Caritas folignate dovrebbe ospitarne una cinquantina nelle sue strutture, dislocate su tutto il territorio. Cinquanta profughi afgani, adulti e bambini, a cui non si mette a disposizione solo un tetto sulla testa. No. Gli si dona una seconda vita. È questo lo spirito dell’accoglienza: tendere loro la mano per iniziare a camminare insieme. Magari un mese, forse sei. Magari un anno, o anche molto di più. È tutto in divenire. La cosa certa, per ora, è che sono qui. Poche valige, lo stretto indispensabile. Ma sulle spalle un peso indescrivibile. Quello di aver perso tutto quello che erano riusciti a costruirsi nella loro vita, nella loro prima vita. Niente più casa, niente più lavoro. La fuga improvvisa e lontana in Paesi di cui, in molti, non conoscono neanche la lingua. Significa ripartire da zero.Ma non sono soli. La Caritas c’è. “Abbiamo sentito subito il dovere di rispondere alla chiamata della Prefettura” racconta il direttore Mauro Masciotti, che spiega come, ora, il primo passo verso l’integrazione sia insegnargli l’italiano ed inserire i più piccoli in un contesto scolastico che possa aiutarli a superare le differenze e anche le diffidenze. Per farlo, però, sarà necessario il contributo di tutti. “L’augurio – non si stanca di ripetere Mauro Masciotti – è che i nostri concittadini li accolgano, facendoli sentire parte della comunità”. Anche perché, diversità culturali a parte, come sottolineato da monsignor Domenico Sorrentino, che da qualche settimana si è insediato nella sua nuova diocesi, quella di Foligno appunto, “siamo fratelli e dobbiamo vivere da fratelli”. Fratelli da aiutare.

Ma prima ancora, fratelli da ascoltare. Lo abbiamo fatto tutti insieme. Ci siamo seduti in cerchio e ci siamo messi in ascolto. Ora conosciamo – almeno un po’ – la loro storia e il loro dramma, le loro paure e preoccupazioni, i loro sogni e le loro speranze. Che sono ormai anche un po’ nostri: la tristezza per quello che non c’è più, la preoccupazione per chi è rimasto in Afghanistan, il desiderio di un futuro migliore. “Ho detto loro di avere coraggio e fiducia e di sentirsi davvero accolti con il cuore” ha commentato monsignor Sorrentino a margine dell’incontro con la prima famiglia arrivata in Umbria e accolta dalla Caritas di Foligno in una struttura a Spello. “Ho cercato di far sentire loro il calore della nostra amicizia – ha proseguito il vescovo – e spero che nasca per loro un percorso bello. Anche se – ha aggiunto monsignor Sorrentino – non ci facciamo illusioni. Sappiamo che anche qui da noi la situazione non è facile, quindi li abbiamo invitati ad avere pazienza. Però mi sembra che il primo contatto sia stato bello: per loro, per avere una carezza fraterna, e per noi, per aver potuto esprimere quello che sentiamo dal profondo del cuore, e cioè solidarietà e fratellanza verso tutti”. Ad arrivare fino ad ora in Umbria, attraverso l’ormai noto “ponte aereo da Kabul” che ha permesso l’evacuazione di oltre 100mila afgani, sono state famiglie. Ma c’è anche chi è arrivato da solo. Come il giovane afgano che ho incontrato qualche settimana fa nel chiostro della Caritas per un’intervista (e di cui non riportiamo il nome per motivi di privacy).

A Foligno ci è arrivato già da un mese, ma la sua fuga dall’Afghanistan era iniziata molto prima. All’incirca cinque mesi prima, passando per l’Iran, la Turchia e solo dopo arrivando in Italia, a bordo di un barcone come tanti altri giovani in cerca di salvezza. Lo sbarco in Sicilia, poi il trasferimento in Umbria, a Foligno, dove ad accoglierlo ha trovato la Caritas. “È molto provato” mi raccontano dall’equipe dell’Area immigrazione dell’Ufficio pastorale della Diocesi. Basta uno sguardo per rendersene conto. E anche se non conosce l’italiano, anche se a malapena parla l’inglese, gli basta uno smartphone per dare voce alla disperazione che ha dentro. Ha solo vent’anni, ma un peso enorme sul cuore. “Sono scappato perché i talebani volevano uccidere me e mio fratello. Lui lavorava come interprete per gli americani, lo ha fatto per quindici anni. Io avevo un negozio di telefonia, ma ai talebani non piace chi ha tatuaggi, come me, o ha a che fare con le nuove tecnologie. Sono riuscito a scappare, ma mio fratello è rimasto lì e con lui tutta la mia famiglia”. Il pensiero corre subito alla moglie e ai suoi due figli, alla madre, alla sorella e ai suoi tre fratelli. “Hanno dovuto lasciare la nostra casa e nascondersi – racconta -. Non possono più uscire e mia sorella ha dovuto abbandonare l’Università”. Anche lui si sarebbe voluto iscrivere all’università per diventare medico. Ma il lavoro, spesso, viene prima dei sogni. E così, ha dovuto mettere questo suo desiderio in un cassetto e ha deciso di avviare una sua attività che gli permettesse di vivere e mantenere la famiglia”. Poi, l’avvento dei talebani lo ha costretto alla fuga. “Dicono di essere cambiati, ma non è così – racconta -. Sono sempre gli stessi, la loro mentalità è diversa, è vecchia. E l’unica possibilità che abbiamo di salvarci è fuggire”. Possibilità che, spera, venga data anche alla sua famiglia, perché vive nel terrore che possa succedergli qualcosa ora che i militari americani e quelli dei Paesi alleati hanno lasciato l’Afghanistan e tutto è in mano ai talebani. “Non voglio più tornare nel mio Paese, ma vorrei che la mia famiglia riuscisse a raggiungermi”. Un sogno condiviso con quanti sono arrivati dopo di lui. “Noi siamo salvi ma lì sono rimasti alcuni dei nostri figli con le loro famiglie” ha raccontato qualche giorno dopo un signore afgano arrivato con il ponte aereo da Kabul. Accanto a lui la moglie. Un velo di tristezza e paura ne ha coperto gli occhi e le lacrime hanno iniziato a rigarle il viso. Come quelle di un bambino stremato dal lungo viaggio che l’ha condotto in Umbria insieme al resto della sua famiglia. Li ho visti scendere dal pullman della Croce Rossa, stanchi e spaesati. Poi, è comparsa una bambina. Mi ha guardata, mi ha sorriso e, scesa dal pullman, è venuta ad abbracciarmi e mi ha detto “ciao”. Poco dopo è ripartita per Terni, accolta da un’altra associazione.

La sua vita ricomincerà da lì. Io ne conservo il sorriso ma anche la consapevolezza che non tutto è perduto e che ciascuno di noi può fare la propria parte. Anche solo raccontarne le storie, per smuovere le coscienze, per aprire i cuori.

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