Nel 2015, in un libro scritto a 6 mani da Noam Chomsky, Ilan Pappé e Frank Barat dal titolo “On Palestine”, vi è un intero capitolo sulla famosa e alquanto controversa soluzione dei due Stati.
Da Chomsky e Pappé questa soluzione provocatoriamente viene definita: “The Israel solution”. Sembra per molti quasi un concetto politicamente “di sinistra” auspicare la soluzione dei due Stati, quasi un atto di umanità, la conseguenza pacifica di una serie di ragionamenti democratici e logici, eppure, a questa soluzione non ci ha lavorato mai nessuno. Né le “sinistre”, né la comunità internazionale che avrebbe dovuto avere come priorità la pace tra Israele e Palestina, se non altro per scongiurare il fantasma di un conflitto mondiale, né Israele, che abbracciando o subendo la politica fascista di Netanyahu dell’ultimo decennio, più abbracciando che subendo per la verità, non è mai stato possibilista verso il riconoscimento della Palestina. Riconoscerla o solo immaginare di farlo, sembra già un oltraggio all’ideologia del Sionismo, che per esistere deve continuare a tenere in vita il suo paradossale sogno di una terra promessa da Dio, “ripulita” dai palestinesi. Che questa divina narrazione sia accolta in Italia non solo dai leghisti che sbaciucchiano i crocifissi, ma da gente di sinistra atea, che lotta a favore delle minoranze e non perde mai occasione di descriversi come antifascista, è un bug del Matrix su cui c’è poco altro da aggiungere.
Questo Dio, che i sionisti non dubitano essere schierato con loro -senza se e senza ma-, anche perché altrimenti taccerebbero pure lui di antisemitismo, vi pare non possa condonare qualche veniale peccato, se perpetrato per un fine alto come la purezza dello Stato eletto da Lui? A forza di parlarne di questo fantomatico dio finisce pure che lo umanizzo: lo sguardo affettuoso di Benjamin Netanyahu, il ciuffo di Donald Trump, il sorriso materno di Ursula Von der Leyen, mentre al confine con la Palestina, davanti a una moltitudine di bambini denutriti, trangugia beato i gelati alla vaniglia che Biden distratto elargisce generoso, senza capire che siano gelati, senza sapere che siano alla vaniglia, senza spiegarsi perché mai non si trovi nel bagno della Casa Bianca a leggere i suoi fumetti preferiti. E dove sarà mai signor Presidente, se non in Arizona alla partenza di una gara clandestina di truck? Dicevo, predicare ancora la “soluzione a due Stati”, soprattutto dopo quello che è accaduto all’indomani del 7 ottobre, non solo sarebbe profondamente ingiusto da un punto di vista politico ma anche inaccettabile eticamente. La soluzione a due Stati prevederebbe infatti l’80% della terra a Israele e il 20% alla Palestina, “dettaglio” unanimemente sempre omesso quando si fa riferimento con superficialità a questa opzione così magnanima.
Una spartizione così concepita non può rispondere a tre quesiti fondamentali.
Come si comporterà Israele con i cittadini palestinesi una volta che i loro territori saranno suddivisi, dal momento che Israele non ha rispettato nemmeno la linea di demarcazione immaginaria (green line N.d.r.) tracciata da Israele stesso? Demarcazione che, de facto, non ha mai impedito a Israele di portare avanti il regime di apartheid all’interno dei territori “palestinesi”. E ancora: come può una piccola porzione di terra palestinese, che già risulta essere al momento la zona più densamente popolata del pianeta, garantire col suo infinitesimale e sovrappopolato 20%, il diritto al ritorno di almeno due milioni di rifugiati “allontanati”, diciamo così, dalla prima Nakba? Infine, forse il tema più impellente nella configurazione dei due Stati: la totale assenza in Israele di un discorso “socialista” che possa riverberare anche solo all’idea di un pensiero legato alla Palestina. Non esiste all’interno della Knesset una visione politica nei confronti della Palestina o dei cittadini palestinesi, nello specifico nemmeno quelli residenti in Israele, senza rappresentanza parlamentare e considerati come cittadini di serie B, volendosi per praticità fermare alla definizione di “cittadino” e alla prima consonante dell’alfabeto. Quando in Sudafrica è collassato il regime di apartheid, ci ricorda Chomsky, i suprematisti non erano entusiasti del cambiamento ma furono forzati ad accettarlo. Il paese non venne diviso in due parti premiando con una percentuale schiacciante i razzisti che avevano sottomesso e perseguitato le minoranze dal ’48 al ’91; quando l’apartheid finì, tutti si ritrovarono sotto lo stesso metaforico tetto, per vivere e condividere la stessa “casa”. Una casa ove qualche volta la convivenza sarà stata certamente angusta, a nessuno di noi piacerebbe incontrare in cucina il bastardo che ha arrestato nostro figlio di otto anni, colpevole di aver camminato sul versante di una strada non “idonea alla sua razza”. Con la stessa modalità adottata in Sudafrica, Chomsky sostiene che Israele dovrebbe essere forzato al cambiamento, che se l’America spostasse il suo asse, il baricentro stesso dell’infernale macchina che Israele è diventata grazie a noi, cadrebbe rovinosamente ritrovandosi completamente sola nell’universo. In questa enorme e sconosciuta solitudine, non più tutelato dal doppio standard dell’Occidente, dalla doppia morale del mondo, e dal doppio cheesburger del Mc Donald’s, non più sostenuto militarmente e ideologicamente nei massacri che da anni esercita sul corpo di civili inermi, Israele sarebbe costretto ad accettare la convivenza nel “Grande Stato di Israele e Palestina”, perché l’oltraggio di essere menzionato anche per secondo, sarebbe veramente troppo chiedere.
Da un lato questo assetto sancirebbe comunque il “Diritto di Israele ad esistere”, cosa peraltro mai messa in discussione da nessuno, ma dall’altro, riconoscerebbe pure al popolo palestinese dei diritti inalienabili sulla terra in cui oggettivamente è nato. Perché, insomma, una degna storia cara al giardino insanguinato dell’Occidente umano e democratico. Una storia che è genocidio dal 1800, ci ricorda lo storico israeliano Pappè, ossia da quando non esistevano ancora Hamas, o quei bambini maleducati a piedi nudi che lanciavano sassi ai militari che desideravano aiutarli. Ecco perché, in questo panorama ove un’etnia sta scomparendo in diretta dagli schermi dei nostri cellulari, proporre una “soluzione” che sia ancora vantaggiosa solo per Israele, non è soltanto profondamente fuorviante, ma è anche “distopico”, perché oggi la nostra capacità di lettura, traduzione e interpretazione degli eventi attuali e di quelli a ritroso, dovrebbe farci superare ogni romantica idealizzazione d’Israele e della pace ortodossa, per trovare delle misure che prima di tutto garantiscano giustizia, o almeno la conservazione estrema di un popolo che sta rischiando l’estinzione. Ecco, al tavolo della Giustizia e della negoziazione, non ci si va premiando l’oppressore, ci si va riconoscendo le pene degli oppressi, riabilitandoli nel difficile processo di riacquisizione dei diritti basilari, assicurando loro un risarcimento, se non terriero almeno morale, e solo allora si potrà tirare fuori dal taschino l’abusatissimo termine: “Pace”.
Una Pace con la P maiuscola, la sola Pace che può subentrare un attimo dopo che Giustizia è stata fatta.
Frank Barat, autore del libro “On Palestine”, è un giornalista e attivista francese per i diritti umani.
Dal 2008 al 2014 è stato il coordinatore del Tribunale Russel sulla Palestina.


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