Il mare di vite

by Gen 10, 2024Memorie e Racconti

Ottobre 2013, un decennio è trascorso dal maledetto giorno in cui sono state stroncate le vite di 368 persone a soli 800 metri da Lempedusa. 10 anni sono passati e ancora non sappiamo come sia stato possibile; si stima che, intanto, 28 mila vite si siano infrante nel Mediterraneo.

10 anni dopo, oggi più che mai nel rapportarci ai fenomeni migratori, abbiamo bisogno di un’Europa politica e che suo esserlo esprima solidarietà tra gli stati membri. È fondamentale che i leader in Consiglio europeo superino gli egoismi nazionali e raggiungano un accordo su una riforma ambiziosa del sistema di asilo e immigrazione, nella direzione tracciata dal Parlamento. Dobbiamo costruire una solidarietà fondata su sistemi redistributivi obbligatori, sull’organizzazione di operazioni di ricerca e salvataggio, sul contrasto ai trafficanti di esseri umani e sulla creazione di vie legali. Un’Europa che rimargini la ferita storica dei muri e smetta di criminalizzare chi salva vite umane. È imperativo costruire sistemi di accoglienza diffusa che consentano di uscire dalla marginalità, accedendo ad un lavoro giusto e dignitoso e avendo  a disposizione i servizi pubblici. 

Il 3 ottobre sono stati organizzati tanti momenti commemorativi, e poi di nuovo il silenzio. Per questo, dobbiamo interrogarci su cosa significhi ricordare, quale sia il senso stesso della commemorazione. Si richiama alla memoria qualcosa che si ha lontano, eppure lo strazio delle morti in mare è così prossimo. Ci muove forse il senso di colpa? Sì, la responsabilità è anche nostra, perché tante migliaia di vite, in questi anni, si sarebbero potute salvare, appure sono morte e il dolore sembra scemare. Siamo forse assuefatti? tanto abituati alla tragedia da non provarne più patimento. Ad un certo punto, nemmeno le foto dei corpicini rigonfi in balie delle onde, nemmeno la violazione del corpo sembravano sufficienti per realizzare l’orrore della morte. Abbiamo dovuto guardare, perché altrimenti avremmo rischiato di non vedere affatto. Alcune storie, ormai, non fanno più notizia. Quando sono andata a Calais, nel 2016, mi sono resa conto prematuramente che lo sguardo non bastasse più. Lì dove le persone erano più vulnerabili, i genitori chiudevano gli occhi ai figli e alle figlie. Ricordo, come se fosse ieri, quel misto di senso di straniamento e il tormento dei giorni successivi. L’aridità di quel luogo, i cittadini e le cittadine francesi che portavano i bambini e le bambine a fare la spesa e al cinema; intanto, a pochi metri, alcune persone si ferivano scavalcando muri di filo spinato nel tentativo disperato di attraversare il tunnel della manica. I centri commerciali, i muri, una giacca strappata e insanguinata, un corano che pendeva, e le mie amiche di fede Islamica in preghiera di fronte allo squarcio. Lo squarcio sugli indumenti, la voragine nei nostri cuori. Lampedusa è dove l’Europa comincia e Calais è dove l’Europa finisce. Certi fenomeni, guardando all’abbandono di quei luoghi, sembrano semplicemente ingovernabili, per definizione. Un Governo, il nostro, che si scaglia sui e sulle migranti. Mare Jonio multata per non aver consegnato i naufraghi alle autorità libiche, segnalazioni di avarie e pericoli non trattate in tempo, la politica dei porti chiusi, 5000 euro per evitare i centri di detenzione. 5000 euro, chiesti dallo Stato, a persone che non avevano altra scelta che imbarcarsi su un cimitero a cielo aperto. A Lampedusa si incrociano gli interessi nazionali e le necessità europee in un gioo di forze crudeli, con i paesi esposti sul mediterraneo troppo soli. La difficoltà di riforma della regola del paese di primo approdo, negli anni, non ha ha che gettato benzina sul fuoco dell’intolleraza nei paesi coinvolti. Uno spettacolo indegno di rinvii e mancate assunzioni di responsabilità, che in un luogo come l’Italia, sottoposta ad un onore sproporzionato sul sistema di asilo, non ha che nutrito la contrattazione a ribasso sull’accoglienza e sul riconoscimento dei diritti, al grido furioso del “prima gli italiani”. E così sono stati tollerati lo sfruttamento, la privazione delle tutele, l’illegalità, si è chiuso gli occhi di fronte al caporalato e l’esclusione sociale.

“Prima si salva e poi si discute”, lo dice Meditterranea e lo dice le convenzioni internazionali, che individuano l’obbligo di prestare assistenza a chiunque si trovi in condizione di pericolo per Mare e al momento del salvataggio, di trasportare i naufraghi e le naufraghe in un luogo sicuro, che garantisca loro i diritti fondamentali e la soddisfazione di primarie necessità. Eppure, si assiste quotidianamente alla messa in discussione dell’imperativo morale di salire vite, in uno scontro violento tra ONGs e provvedimenti che fanno di tutto per ostacolarle. Salvare è una scelta, integrare una necessità, criminalizzare le azioni di chi sottrae dalla morte in mare è semplicemente disumano. Il Mediterraneo è un grande calderone di disperazione, vite infrante, speranze tradite, nel quale si è consumata, si consuma e contribuirà a consumarsi, se non facciamo nulla, la tragedia della miseria umana. La nostra miseria, miseria spirituale, nell’aver abbandonato queste persone e nell’averne tradito la memoria. Davvero vogliamo provare questo dolore in futuro? Qual è il senso della commemorazione se abbiamo perso la capacità di imparare dai nostri errori, se al senso di colpa non accompagniamo il senso di responsabilità? E allora, cosa possiamo fare? Nessuna vuota cerimonia dopo questi 10 anni, lo ha detto bene il direttivo di Mediterranea, “il modo migliore per onorare i morti è salvare i vivi”.

 

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