Questo è il racconto di un tratto della vita di Mauro Antonini, partigiano della IV Brigata Garibaldi di Foligno, che insieme ad una “minoranza ribelle” diede il suo contributo per restituire libertà, dignità e onore ad un popolo oppresso da vent’anni di dittatura fascista. Una storia che ci riguarda e i cui fatti sono parte sostanziale e fondante dei valori sociali e civili più alti della comunità cittadina folignate. Ed è il protagonista stesso a raccontarceli nel libro “Il figlio dell’illustre fornaio”, pubblicato nel 2015 per i tipi di Era Nuova, grazie all’amorosa e partecipe cura delle figlie Marina e Cristina. Nel volume sono raccolte le memorie e gli scritti di Mauro Antonini e riguardano un periodo che va dalla fine degli anni ’30 fino alla liberazione di Foligno, il 16 giugno 1944. Uno spaccato della vita folignate che racconta le vicende del protagonista e dei suoi giovani amici dalla fase più alta del consenso al fascismo, ai tremendi guasti e alla disillusione conseguenti all’entrata in guerra a fianco della Germania nazista, fino alla caduta del fascismo e alla scelta di opporsi in armi attraverso la lotta partigiana. Ma presentiamo il nostro protagonista. Mauro Antonini nasce a il 28 agosto 1920 a Foligno dove il padre, Amedeo, ha un’avviata attivata di fornaio in via Colomba Antonietti. E lui è appunto come “figlio dell’illustre fornaio” che si presenta negli ambienti studenteschi di media e alta borghesia del Liceo Classsico e poi della Facoltà di Medicina di Perugia che frequenterà fino alla laurea. Per contrapporre questo titolo, con l’ironia che è uno dei suoi tratti distintivi, a quello suoi compagni di studio perlopiù figli di “illustri”, medici, avvocati, notai, possidenti. Brillante studente, amante degli studi classici, autore e attore di testi teatrali, sarà uno dei protagonisti della vita culturale della sua città. Nel Nuf (Nucleo universitario fascista) cui era obbligato all’iscrizione, ma anche e soprattutto nell’ambito dell’Istituto San Carlo della Diocesi di Foligno. E l’esperienza in quest’associazione cattolica sarà decisiva, per lui e per i molti giovani che la frequentavano, per maturare la scelta antifascista e resistenziale. Il fascismo pretendeva di inquadrare i giovani dai sei ai ventuno anni nei canoni totalitari delle attività e dei cerimoniali del regime, ma l’Istituto San Carlo costituì negli anni bui una sorta di bolla, in cui circolavano valori diversi da quelli imposti dal regime. Una sorta di palestra di libertà, tant’è che un nutrito gruppo di Sancarlisti farà poi la scelta resistenziale costituendo uno dei nuclei forti della IV Brigata Garibaldi, il cui comandante sarà Antero Cantarelli, una delle personalità più autorevoli della Giac (Gioventù italiana di azione cattolica) e del San Carlo. Questa associazione – come ricorda Antonio Nizzi in “Il Fascismo a Foligno dagli anni Trenta al 25 luglio 1943” – rappresentò una delle due modalità in cui si espresse l’“ambivalente” atteggiamento della Chiesa folignate: da una parte appoggio al regime dal 1931 fino all’entrata in guerra dell’Italia, dall’altro difesa dell’autonomia pedagogica dei giovani delle associazioni cattoliche che – scrive Nizzi – contribuì a costruire alla nascita nei giovani di un antifascismo “di carattere religioso e morale”. Ma oltre all’esperienza nel San Carlo contribuirà a far crescere in Antonini la ripulsa al fascismo anche l’ambiente familiare. Il padre Amedeo, la madre Alcide Grassi e la sorella Manuelita, “tutti fieramente antifascisti”, come ricorda Giacinto Cecconelli nel libro “Intervista a Giac” di Valfrido Paoli. Ed anche nel periodo di più alta e incondizionata adesione di massa al regime, il giovane Mauro Antonini punta la sua corrosiva ironia, con una critica goliardica e satirica sulle manifestazioni esteriori del potere. Nel suo mirino i gerarchi locali e gli istruttori premilitari che scimmiottavano la postura virile del loro duce. Fulminante la sua descrizione dell’abbigliamento di un giovane gerarca folignate; “addobbato di cuoio, orbace, alamari e fregi. Tutto in nero dorato. Pareva un catafalco di prima classe!”. In piena sintonia con con quello spirito dissacrante che è una qualità universalmente riconosciuta ai folignati. Colpiva in maniera implacabile il lato grottesco di quel regime senza, ovviamente e comprensibilmente, coglierne il lato più nefasto, l’assenza cioè di quelle libertà democratiche che lui e tutti i giovani cresciuti nella dittatura fascista non avevano mai conosciuto. Con l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno del 1940, la lontananza ideologica dal fascismo del nostro non impedì comunque a lui e ad alcuni dei suoi amici, di subire il fascino della retorica patriottarda. Ricorda Mauro Antonini: “a causa di vent’anni di rincretinimento e retorica patriottica, fu la guerra con entusiamo”. Ed anche lui “malgrado la faccenda dei tedeschi che non sconfinferavano a nessuno” fa la sua domanda di arruolamento volontario. Non troppo convinta per la verità, tant’è che quando si cominciarono a evidenziare le tragiche condizioni dell’esercito italiano, insieme alle conseguenze materiali della popolazione, la scelta di avversare il fascismo e l’alleato nazista sarà ferma e irrevocabile. Il 25 luglio festeggerà con i suoi amici la caduta del regime e, in linea con il suo spirito dissacrante compirà nello storico bar Sassovivo un gesto che – scrive – “a molti sembrò sacrilego”. Prese e sbattè contro il muro un bicchiere da cui Mussolini, in una fugace sosta a Foligno negli anni ‘30, aveva bevuto un’aranciata e che da allora, “zozzo di una sua crosta giallo-sporca”, era conservato in una bacheca con su scritto “Qui bevve il Duce”. Gli eventi precipitano ed anche a causa della esposizione del nostro e di altri giovani nei festeggiamenti post 25 luglio, subito dopo l’8 settembre, Mauro Antonini con altri tre amici prende la via della montagna, a Raticosa, sulla montagna di Trevi tra Ponze e Cancelli, che sarà la prima sede della futura IV Brigata Garibaldi. Forte del suo quinto anno di medicina sarà subito indicato come “sanitario” di Brigata. Ma insieme a questa incombenza parteciperà attivamente anche ai combattimenti: al tentato e fallito assalto alla Polveriera di Sassovivo; a quello della caserma della Milizia fascista di Camerino; all’azione contro la Caserma dei carabinieri di Nocera Umbra dove fu gravemente ferito il comandante Cantarelli e a cui lui prestò le prime cure; allo scontro a fuoco a Foligno del 26 ottobre 1943, in cui fu ucciso il suo amico Franco Ciri, primo caduto della Resistenza umbra e della IV Brigata Garibaldi. Aggregato al battaglione Comando, Antonini presterà la sua opera di assistenza medica a tutti i 4 battaglioni della Brigata operanti in un vasto territorio della montagna nocerina e gualdese, sull’appennino umbro-marchigiano, nel Sellanese e sulla montagna di Foligno, Trevi e Campello. Nel libro “Il figlio dell’illustre fornaio” Mauro Antonini ricorda i fatti della sua vicenda partigiana e di quella dei suoi compagni, con una forma molto efficace, raccontando con una grande potenza narrativa sia gli eventi tragici, sia quelli più leggeri e magari anche curiosi. Il racconto di quei dieci mesi resi diventa così una fonte soggettiva di storia, un pezzo della nostra storia sociale di cui tutti noi dovremmo diventare sempre più custodi e divulgatori. /
NOTA BIOGRAFICA MAURO ANTONINI
Mauro Antonini (n. 28 agosto 1920 m. il 2 dicembre 1988). Dopo l’esperienza partigiana nella IV Brigata Garibaldi si laurea in Medicina ed eserciterà la professione nella sua Foligno. Iscritto al Pci, sarà consigliere comunale e assessore nella città di Spoleto, dove si era trasferito dopo il matrimonio con Elvira Catalucci. All’attività professionale unisce quella che sicuramente era più vicina alle sue corde: autore, attore e registra teatrale. Fonderà a Foligno il Teatrino del Circolo insegnando recitazione a tanti giovani, mettendo in scena testi classici e molti di sua produzione in vernacolo folignate.




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