Il prorompente esercito di “Writer”

by Gen 18, 2022Scrittura creativa

Recentemente ho partecipato a un concorso letterario.

Non parteciperò mai più a un concorso letterario. Ammetto di essere sempre scappata dalle situazioni in cui gli esseri viventi si ritrovano a competere tra loro per vincere, e ammetto di avere un’avversione ai premi, forse perché non ne ho mai vinti, fatta eccezione per un coltello da cucina ad una tombola aziendale quando avevo dodici anni, e una macchinina giocattolo rossa, messa in palio dal mio psichiatra, nel caso fossi riuscita nell’impresa eroica di guidare la macchina sulla superstrada, per raggiungere il suo studio. Con questo ottimismo, sottolineo che un concorso letterario non è uno sport, non c’è alcuna preparazione atletica, né tempi e penalità da rispettare, si sta semplicemente lì a promuovere, inermi oppure baldanzosi, il proprio dimenticabilissimo libro, nell’attesa che una giuria di sconosciuti, ne sezioni il contenuto. Siamo nell’era dei talent show, tutti vogliono essere riconoscibili e riconosciuti per il proprio talento, tutti sentono di dover dimostrare di saper fare qualcosa, e non è facile sottrarsi a questo paradigma. C’è chi s’impone come influencer, chi si definisce Artist senza avere un attacco di panico, chi è indubbiamente Singer, Actor, Director, Producer, Dancer, Digital Creator, Flipper, Juke-Box, Blender, insomma, basta che si possa dire in inglese.

Poi, ci sono loro.
Il prorompente esercito di Writer.

Quasi nessuno di loro, ha difficoltà ad auto-definirsi “scrittore”, e cascasse il mondo, non si esime mai dal narrare al pubblico, noiosi e sempre uguali aneddoti, sul quando e come è iniziata quella divorante passione per la scrittura, e con quell’enfasi multi-orgasmica di chi, sembra autenticamente convinto, che davvero interessi qualcuno. Tutti hanno iniziato a scrivere da tempo immemore, alcuni ricordano addirittura sé stessi in età fetale a comporre sonetti dedicati al cordone ombelicale, perché loro scrivono da sempre, sono nati con “Il dono”. Quando Ernest Hemingway ci ricordava che dovevamo prepararci a lavorare sodo senza mai ricevere un applauso, Loro dov’erano?
A scrivere naturalmente.
I concorsi letterari pullulano di questi writer. Voci squillanti ed entusiastiche che leggono saltellando passi del proprio libro, pose da seduttori consunti che nemmeno Bogart in Casablanca, lunghe e suggestive pause tra una perifrasi e l’altra per culminare nelle parole “Ti amo”. Cosa rimarrà davvero, alla fine di tutto questo?  L’aggiunta della piccola dicitura: “Vincitore del premio Vattelappesca 2021” sulla bio dei profili socialIl mondo di chi scrive sembra essere diviso in due: chi è consapevole che non scriverà mai come Vladimir Nabokov e vive affetto da una depressione fluttuante, e chi è convinto di essere uno scrittore, solo perché ha scritto un libro. Non fraintendetemi, chi sente di dover scrivere deve farlo, esattamente come chi ha l’urgenza di andare in bagno, ma in entrambi i casi, dovrebbe farlo risparmiandoci la propaganda del suo stimolo. Liberiamoci dunque, dalla smania del talento, emancipiamoci dal premio, dall’ideologia della vittoria, dal narcisismo che ci procura l’essere vezzeggiati da una giuria, a meno che non sia in un’aula di tribunale, e impariamo anche a rattristarci, almeno un pochino, perché non balleremo mai come Ginger Rogers, perché non saremo mai brillanti come Albert Einstein, perché non scriveremo mai un romanzo perfetto come Lolita, o una poesia immortale come L’infinito. Perdiamoci anzi da adesso, nell’abisso di non avere alcun talento, e scopriamo la libertà di non essere obbligati a fingerne uno con gli altri. Perché quello che siamo è un luogo sconosciuto, un processo che potrà svelarsi soltanto alla fine, quando quello che saremo stati, il bilancio di noi, sarà quello che avremo saputo disperdere sulla nostra strada, nel vento degli anni.

Quando non saremo più.
È ora di mettersi al lavoro.

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