L’inverno dello spirito

by Apr 26, 2024Scrittura creativa

Ci ho riflettuto parecchio sulla profonda insoddisfazione che nutro nei confronti di questo tempo che stiamo vivendo. Siccome sono un individuo molto adulto che sta pericolosamente scivolando verso l’anzianità, mi sono anche posto la domanda se per caso questo scoramento non dipenda dalla solita questione che i vecchi pensano che il presente sia sempre peggiore del passato, i bei tempi andati bla bla.  Non nego che possa esistere anche questa componente: per esempio, l’istintivo terrore che mi suscita l’evoluzione dell’intelligenza artificiale potrebbe dipendere da un fattore generazionale, dal sentire questa roba totalmente estranea a quello che è stato il percorso esistenziale e culturale della mia vita. Ma lo scoramento più profondo deriva da altre motivazioni. Mi capita spesso, leggendo le cronache delle vicende politiche italiane e internazionali, di avere la sensazione che il mondo stia muovendosi nella direzione opposta rispetto a quelli che sono i miei più radicati principi etici e civili. Non che in passato ci sia mai stata un’età dell’oro. A ben pensarci, pur essendo io un esponente (di piccolissimo calibro) di quella che oggi viene definita, in modo sprezzante, la cultura egemone della sinistra che per decenni (secoli?) ha dominato l’Italia, io non credo che ci sia mai stato un momento in cui mi sia pienamente identificato con le scelte di un qualche governo. Forse il primo governo Prodi è stato quello a cui mi sono sentito più vicino, ma è stata un’esperienza talmente breve e tormentata che alla fine è stata più forte la delusione della soddisfazione. Per il resto, quando l’area politica nella quale mi riconosco è stata al governo, ho sempre avuto la sensazione di dovermi accontentare del meno peggio, del male minore. Io sono sempre stato un socialista riformista: ho simpatizzato per il P.C.I. di Berlinguer dopo che si era distaccato in modo chiaro dal totalitarismo sovietico. Credo che la forma più alta di libertà e di giustizia sociale mai raggiunta dall’umanità si sia realizzata grazie alle socialdemocrazie del nord Europa, la Svezia in primis.  Riguardo al capitalismo, potrei adattare la acuta definizione che Churchill diede della democrazia: è la peggior forma di sistema economico, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora. Il capitalismo ha avuto questa geniale intuizione: ha capito che se avesse permesso una qualche misura di redistribuzione delle ricchezze, se avesse migliorato in qualche modo le condizioni socio-economiche delle masse, ciò sarebbe andato ancor di più a suo vantaggio. Avrebbe consolidato le strutture politiche del sistema, riducendo il rischio di movimenti rivoluzionari e, soprattutto, avrebbe ampliato a dismisura il bacino dei consumatori. In fondo è molto semplice: maggiore è il numero delle persone con qualche soldo da spendere, maggiore sarà la produzione, la vendita, il profitto. Sembra persino buffo dirlo, ma la vera genialata del capitalismo è stata aver permesso la nascita del welfare. Un capitalismo selvaggio, senza paletti, degenera inevitabilmente in una sorta di giungla sociale, in cui vige la legge del più forte. Da parecchi anni le conquiste sociali degli anni 60-70 del 900 vengono rimesse in discussione: si è cominciato con alcune riforme sul lavoro che vennero esaltate come liberalizzatrici e che hanno portato alla nascita di nuove categorie di lavoratori quasi totalmente privi di diritti, precari, malpagati e sfruttati come nel capitalismo delle origini. Se si concede ai più potenti di sfruttare senza limiti i più deboli, tale sfruttamento si realizzerà nella forma più spietata. La mia visione della natura umana poggia saldamente sul pessimismo razionale di Hobbes, Machiavelli, Guicciardini. Può sembrare un paradosso un po’ provocatorio, ma sono convinto che se dovesse essere ripristinata legalmente la possibilità di possedere degli schiavi, in breve tempo spunterebbero molti nuovi schiavisti e molti nuovi schiavi. Ma la regressione riguardo al welfare è ben visibile anche in altri settori della società, primo fra tutti quello sanitario: la Sanità pubblica è già stata molto ridimensionata ed è forte la spinta a favorire l’espansione dei privati: se la cura della salute tornerà ad essere, come è stato per millenni, privilegio dei ricchi, avremmo un imbarbarimento straordinario del nostro sistema sociale.

Dicevo all’inizio che ho come la sensazione che il mondo proceda in direzione opposta rispetto ai miei valori civili: ebbene, io sono figlio di un partigiano e nipote di uno zio morto a Mauthausen, i miei cromosomi antifascisti sono solidissimi ma non avrei mai pensato di ritrovarmi nel 2023 con una Presidente del Consiglio il cui partito reca nel simbolo la fiamma tricolore, di chiara origine neofascista, con un Presidente del Senato che dichiara di avere il busto di Mussolini dentro casa. L’antifascismo comincia ad essere considerato una sorta di mania anacronistica, un vezzo fazioso e fastidioso. E la democrazia stessa comincia ad apparire troppo complicata e tutt’altro che indispensabile. È come se ci fosse, in Europa e in America, una sorta di piano inclinato che spinge ad allontanarsi dalla democrazia. Per quanto riguarda l’Europa, ad est abbiamo già una crisi molto profonda delle giovani democrazie formatesi dopo la caduta del muro di Berlino; ma anche ad ovest e nel nord Europa, non esiste Paese in cui non ci sia un partito politico, in forte ascesa nei consensi, con una chiara propensione autoritaria e fascistoide. Una cappa nera si va diffondendo sull’Europa. Ma in America le cose non vanno meglio: sospinti e agevolati dai social, compaiono sulla scena personaggi incredibili come il neo Presidente argentino, uno che ha fatto la campagna elettorale brandendo una motosega. E non dimentichiamo che a novembre negli Usa potrebbe ritornare sulla scena un certo Trump.

Anche questa roba del sovranismo, con cui prevalentemente i partiti di destra si riempiono la bocca, mi appare stupida e detestabile. Ecco la variante moderna di quel nazionalismo che ha infestato la storia del mondo e che ha portato a catastrofiche guerre. Ho sempre fatto fatica ad attribuire alla parola Patria un significato che andasse oltre il connotato geografico. Io sono folignate, umbro, italiano, europeo: io sono, io mi sento, profondamente nel mio cuore, cittadino del mondo. Dopo ottanta anni in cui, soprattutto in Europa, si è cercato di incentivare la cooperazione, la condivisione, dopo la nascita dell’Unione Europea, che sembrava davvero la realizzazione straordinaria di un sogno, dopo l’abbattimento delle frontiere (che emozione la prima volta che ho oltrepassato la frontiera francese senza essere fermato e controllato|), negli ultimi decenni tutto sembra regredire. Certamente l’Unione Europea, con la sua forte impronta finanziaria e tecnico-burocratica non è stata all’altezza delle ragioni ideali per cui era stata concepita. Ma la soluzione non può essere il richiudersi nel proprio orticello nazionale, rialzare barriere divisorie, gonfiarsi il petto con slogan scemi, tipo “Prima gli italiani”, che a ben guardare non sembra tanto diverso da “Deutschland uber alles”. Ma questo è il vento che soffia e il mio cosmopolitismo di matrice illuministica mi appare sempre più ingenuo e anacronistico.

Nello scrivere queste righe desolate su quella che è stata la mia percezione politica dell’anno appena trascorso, mi è venuta in mente quella frase meravigliosa del libro della Yourcenar, Le memorie di Adriano, ed è con questa che voglio concludere:

Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.”

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