Tre Domande ad Ali Khalil Rashid
Giornalista, attivista, politico, pacifista, primo rappresentante della comunità palestinese in Italia, e candidato alle ultime elezioni Europee nella lista Pace, Terra Dignità con Michele Santoro, Ali Khalil Rashid è un uomo che prima di utilizzare le parole, comunica tutto col suo sguardo. Seduto sul palco allestito per lui al Circolo Arci Subasio, grazie all’evento organizzato da Alessandro Pacini, Ali Rashid giunge per testimoniare una verità, confutarla: non vi può essere altra soluzione che lottare per la pace.
Si può ipotizzare una pace duratura tra Israele e Palestina senza tener conto di un “risarcimento” per le violazioni subite dal popolo palestinese?
La storia del popolo palestinese è scolpita da un incalcolabile numero di ingiustizie, soprusi, persecuzioni, massacri e infine quello che il diritto internazionale presume si possa considerare genocidio. Sono tutti atti compiuti con la chiara intenzione di cancellare il nome, la storia, di porre fine alla presenza di questo popolo sulla sua terra, nel suo paese. Gli ultimi nove mesi di offensiva militare israeliana contro la popolazione di Gaza, malgrado l’atteggiamento complice dei media e della maggior parte dei governi occidentali, hanno aperto gli occhi a milioni di cittadini in tutto il mondo, non solo facendogli constatare la brutalità dei metodi che Israele ha utilizzato e utilizza nei confronti del popolo palestinese, ma ha anche messo in luce la sua natura oppressiva, razzista e criminale. Tutti a parole auspicano una soluzione politica che riporti la pace in tutto il Medioriente ma affinché questa pace possa essere vera, duratura e non sia semplicemente la resa incondizionata dei palestinesi come desidera il governo israeliano, non potrà prescindere da alcuni requisiti fondamentali: il riconoscimento dei diritti inalienabili dei palestinesi nell’autodeterminazione e nella libertà dall’occupazione israeliana, la concessione di costruire il loro Stato entro i confini stabiliti dal diritto internazionale rappresentato dalle risoluzioni della Nazioni Unite, la fondazione di uno Stato autonomo e sovrano. Non si potrà prescindere nemmeno dallo smantellamento delle colonie ebraiche che occupano gran parte dei territori occupati e che rappresentano un ostacolo fisico per la costruzione dello Stato. Negli ultimi 75 anni, Israele ha praticato la pulizia etnica in modo sistematico contro la popolazione originale, in violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni che hanno ripetutamente ribadito il loro diritto al ritorno. È indispensabile che Israele applichi questa risoluzione che prevede anche un adeguato risarcimento per coloro che non possono tornare. In violazione di tutte le norme e di ogni forma di diritto, Israele ha fatto costante uso del saccheggio delle risorse naturali e dei materiali palestinesi, ha demolito le loro città, le abitazioni, ha messo in vigore un sistema di segregazione razziale, ha compiuto massacri di civili inermi, ha fondato campi di concentramento e fatto largo uso di detenzioni amministrative senza nessun capo d’accusa, coinvolgendo più della metà della popolazione in condizioni disumane, facendo uso della tortura fisica e servendosi dell’embargo di cibo, acqua e medicinali come strumento di sottomissione e morte. Questi sono reati che non possono essere lasciati impuniti. Sono stati distrutti ospedali, scuole, università, infrastrutture, centrali idriche ed elettriche e oltre l’85% dei centri urbani. Sono tutti crimini che Israele deve risarcire se realmente c’è l’intenzione di arrivare ad una pace duratura, ma onestamente non credo che Israele sia pronta o desideri questa soluzione.
Edward Said nel testo “Alla fine del processo di pace” è molto critico anche nei confronti dell’O.L.P. e in particolar modo verso la figura di Arafat, che con gli Accordi di Oslo del ‘93, secondo Said ha sacrificato la Palestina a un gioco Occidentale in cui la pace è stato l’ennesimo inganno con cui acquisire e perseguire più interessi personali che collettivi. Avendo conosciuto personalmente Arafat, a posteriori sei critico con la visione di Said o trovi qualche convergenza con lui?
Con il senno di poi i fatti hanno dimostrato che Edward Said ebbe ragione. Un intellettuale raffinato come lui, che conosceva come pochi la storia del colonialismo europeo di cui fa parte anche Israele, aveva tutti gli strumenti culturali per capire l’inganno. Anche Arafat, pur non essendo stato un intellettuale ma un leader dotato di un’intuizione e di un’abilità politica straordinaria, alla fine arrivò alle stesse considerazioni di Said, ma quando ormai era troppo tardi. Il suo tentativo di ribellarsi a questo inganno gli costò la vita. Il suo errore prima e la sua scomparsa poi, hanno segnato profondamente il movimento laico palestinese, e il suo vuoto fu riempito dal movimento di matrice religiosa.
Sappiamo come i media nazionali e internazionali siano diventati gli esecutori di una visione distorta volta a giustificare la ripetizione di 75 anni di massacri culminati in questo genocidio, e mai come adesso, grazie alle immagini che in diretta ci arrivano da Gaza, possiamo osservare la discrepanza tra la loro mendace narrazione e la realtà.
Come possiamo fare noi liberi cittadini nel nostro umile quotidiano per sovvertire questa narrazione? Tangibilmente, intendo oltre all’adoperare con costanza il nostro senso critico, cosa possiamo fare per la Palestina?
Israele storicamente ha sempre avuto controllo sui media nazionale ed internazionali, sull’editoria, il cinema, le case discografiche e tutto il resto. I palestinesi, piccolo popolo con grandi problemi di sopravvivenza quotidiana non è assolutamente in grado ci competere con questa gigantesca macchina della disinformazione. La stessa storia del conflitto non fu scritta dagli storici ma dalla propaganda, fino alla comparsa dei nuovi storici israeliani che hanno svelato i segreti nascosti negli archivi dell’esercito israeliano. A noi è toccata la sorte di tutti gli altri popoli che sono stati vinti. Hanno perso la possibilità di raccontare la loro storia e il loro punto di vista e siamo stati raccontati dai nostri oppressori. Fino agli anni ‘60 il tema principale era se la Palestina esistesse o meno. La semplice affermazione dell’esistenza della Palestina era ed è ancora considerata come un segno di antisemitismo. In Israele c’è ancora chi parla di “cosiddetti palestinesi”, una narrazione che non riguarda soltanto l’estrema destra ebraica, ma anche tesi di politici come la laborista Golda Meir, che nel 1969 asseriva che semplicemente i palestinesi non esistono. Il cuore del problema sta nel fatto che la Palestina non c’è se non come un ricordo, o meglio, come un’idea, un’esperienza politica e umana, e come atto di affermazione della volontà di un popolo. La battaglia contro i media è una battaglia persa, perché ha perso l’autonomia e l’etica professionale di molti giornalisti e risponde a centri di poteri che determinano la politica ed i leader politici ma non sono sottoposti al suo controllo. La debolezza dei partiti politici ha reso questa situazione irreversibile. A noi non resta che mettere in discussione la sua credibilità e diffondere la consapevolezza che i giornali mentono. Questa vale in generale ma particolarmente in Italia. La presa di coscienza dei più giovani rappresenta una risorsa fondamentale per creare una vasta rete di comunicazione che trasmetta la verità, metta a nudo la vera natura razzista di Israele, rafforzi la rete del boycott contro i prodotti delle società israeliane e contrasti la politica del governo di centro destra, in Italia totalmente schierato a favore delle politiche sioniste israeliane. Di vitale importanza è quindi continuare la mobilitazione, anche nel resto dell’Europa, per fermare il genocidio in atto e porre le sanzioni contro i crimini perpetrati da Israele.
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Grazie Ali, non smetteremo mai di parlare di Palestina.


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