Storie di piatti, miti e leggende

by Gen 16, 2023Memorie e Racconti

A piedi nudi. Ci andavamo sempre. Scalzi. Sentivamo la terra sotto i nostri piedi. La sentivamo respirare. Avevamo nelle narici l’odore dell’erba e quello della pioggia. I pettirossi ci venivano a cantare le storie dei loro viaggi. Dopo pranzo correvamo dagli amici e non avevamo bisogno di avvertirli. Semplicemente aprivamo la porta. Perché le chiavi stavano sempre sull’uscio. Eravamo sempre benvenuti e c’erano biscotti, cioccolate e caramelle ad aspettarci. Sugli alberi ci salivamo scalzi. A cavalcioni sui rami mangiavamo senza vergogna tutte le ciliegie dell’albero del vicino. Mentre le nostre nonne ci gridavano da sotto “scendete disgraziati”. Correvamo, correvamo sempre e eravamo tutti sudati. Tuffati dentro i prati con uno stelo di grano tra i denti. E c’era il cielo. Solo l’azzurro e le nuvole. Le nuove che prendevano forme strane e ci portavano via in qualche regno magico sospeso come Fantàsia. Sui prati giocavamo come grandi cavalieri e principesse. La casetta della legna era il nostro regno di Camelot. I rami rotti degli alberi le nostre spade e i forasacchi le nostre armi magiche perché si appiccicavano sui vestiti. E poi giù al fiume. Ci andavamo a bere l’acqua che fredda ci passava tra le mani. E sempre le nostre nonne “se vi bagnate ve le diamo di santa ragione”. Volavano ciabatte, zoccoli, battipanni. Ma avevamo imparato a schivarli come i funamboli del circo. Eravamo bravissimi a schivarli. Avevamo barchette di carta che facevamo galleggiare in una bacinella di acqua, e sempre un capitano Nemo che ci portava 20.000 leghe sotto i mari. Avevamo aerei sempre di carta. Li facevamo noi. Per farli volare più forte piegavamo le ali, che poi finivano sul muro e si rovinava sempre la punta. Con i doppioni delle figurine, le tiravamo lanciate contro il muro per prenderci le più belle. Saltavano dentro le strisce di un lenzuolo rotto incrociando le gambe. Un gessetto della scuola bastava per disegnare a terra una campana e saltarci dentro. E il Tick tok era solo l’orologio del mondo delle meraviglie di Alice. Le pozzanghere erano specchi magici. I fondi delle nonne botteghe per razzie di delizie e barattoli di leccornie sotto aceto e pomodori. Da rubare e gustarseli su un prato con un pezzo di pane raffermo. Ci sentivamo felici come i briganti. Poi a sera tornavamo a casa come guerrieri cinti di alloro per le battaglie vinte. Ci addormentavamo tra le carezze delle nonne con quelle loro vestaglie a fiori e i loro profumi. Il profumo delle nonne, quello che non si può spiegare, come non si può spiegare l’amore. Il nostro era un mondo semplice. Semplice e libero. Era come Fantàsia. Come Fantàsia prima che fosse minacciato dal Nulla. L’ entità che sta distruggendo le nostre terre. Il nulla del vuoto degli smartphone, dei social, dei video. Della rabbia che ci portiamo addosso, del razzismo, della violenza. Il nulla dei valori scomparsi dietro una tastiera. Il nulla che freddo avanza e si prende le nostre anime, e tutto quello che ci sta intorno. Allora chiudo gli occhi e vedo Falkor arrivare e ritrovo me bambina. Insieme ai miei amici briganti, i ladri di ciliegie e di nocciole. Quelli dei bastoni di legno che diventavano spade, quelli delle nuvole che si potevano cavalcare. Per sconfiggere il “nulla“. Per tornare liberi. Di quella Libertà che è libertà.

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