Una riflessione critica in merito alla creazione di parchi eolici sulle montagne umbro-marchigiane
Il termine inglese “nimby” (not in my back yard, “non nel mio cortile”) è quello che va per la maggiore in casi come questo. Quando c’è qualcuno che vuole “calare dall’alto” un progetto impattante per un territorio o una comunità, prende in prestito l’acronimo anglosassone per additare le persone contrarie, di esserlo solo per mere questioni egoistiche. Nessuno è nemico a prescindere dell’energia “verde”, né tantomeno contrario alla realizzazione di impianti sostenibili a livello ambientale. Ma la sostenibilità dovrebbe essere valutata nella sua interezza e non solamente dal lato che fa più comodo. L’ipotesi di realizzare ben sette diversi parchi eolici (e se tra qualche tempo ne uscissero fuori altri?) lungo l’Appennino umbro-marchigiano strizza probabilmente di più l’occhio agli interessi economici – seppur legittimi – che alla sostenibilità di intere comunità. Le stesse che, ciclicamente, vengono infarcite di promesse di rilancio dei rispettivi territori ma che, puntualmente, vengono poi beffate dalla scarsa attenzione da parte di chi “comanda”: è un po’ tutto racchiuso nel proverbio “finita la festa, gabbato lo santo”. Ma stavolta, a quanto pare, nessuno vuole essere preso in giro. Il punto infatti non è tanto essere favorevoli o meno alle rinnovabili, né sperare che certi progetti vengano fatti a casa di altri. Qui la questione centrale è quella della partecipazione. È mai possibile scoprire autonomamente – un po’ per caso, un po’ perché c’è ancora qualcuno a cui, fortunatamente, piace documentarsi – che le nostre montagne potrebbero veder spuntare come funghi ben 70 pale eoliche alte circa 200 metri? Si dirà che è ancora tutto in fase embrionale e che i progetti al momento sono solamente stati depositati al Ministero e che, quindi, non è ancora il momento della condivisione con la gente. Bene, tutto giusto. Ma poi sappiamo che molto spesso certi progetti vengono comunicati quando è troppo tardi per discuterne collettivamente. È per questo motivo che la Gazzetta di Foligno e ora anche Chiaroscuro hanno deciso di accendere, già da alcune settimane, i riflettori su un tema che sta creando fermento in quella “terra di mezzo” che avrebbe bisogno di ben altro trattamento e non di essere “sfruttata” solo quando può far comodo. Quelle montagne custodiscono una storia millenaria e una biodiversità unica, che non possono rischiare di essere svendute al miglior offerente. Inutile sottolineare che per certe questioni servirebbe una cabina di regia capace da un lato di non creare allarmismi e, dall’altro, di saper coniugare le varie sfaccettature della sostenibilità con le comunità che incontra. Una regia che si metta in ascolto (vero) dei territori e sappia dialogare con essi, cogliendo tutte le potenzialità esistenti e non solo quelle più remunerative, troppo spesso nascoste dietro a un’attenzione all’ambiente solo di facciata.
L’approvvigionamento energetico rinnovabile e il cambiamento climatico sono questioni che meritano la massima attenzione, senza però far ricadere tutto sulle spalle delle persone. Ma da cosa deriva questa riflessione? Tutto nasce da quanto sta accadendo e, soprattutto, potrà accadere sul nostro amato Appennino. Da Trevi e Gualdo Tadino, toccando il territorio Folignate, sono tanti infatti i progetti presentati da diverse aziende al ministero dell’Ambiente per la realizzazione di parchi eolici. Al momento sarebbero 7 i progetti inoltrati, per un totale di 70 pale eoliche. E, di pari passo all’incremento dei progetti presentati lungo l’Appennino umbro-marchigiano, sta aumentando anche il malcontento tra comitati, associazioni e cittadini. E così, se da un lato negli ultimi tempi sono state avanzate altre due proposte al Mase, dall’altro Umbria e Marche hanno deciso di fare squadra costituendo un Coordinamento interregionale dei comitati attivi nelle due regioni dell’Italia centrale. “L’assalto continua – dicono i promotori in una nota – e siamo ormai a circa 70 torri con altezza dai 180 ai 200 metri, che andranno a trasformare, irreversibilmente, il contesto naturale dei territori montani, sia della regione Umbria che della regione Marche”. Ultimamente sono stati altri due i progetti che si sono andati ad aggiungere alla lista di quelli che già si conoscevano. Il primo, come spiegato dall’avvocato e ambientalista Angelo Velatta, tra i membri della “Coalizione articolo 9”, fa riferimento ad un impianto eolico proposto da Wind Energy srl sui monti Colastrello, Miglioni, Tolagna e Cipolleta, composto da 12 aerogeneratori della potenza di 4,3 megawatt (per una potenza complessiva di 49,4 megawatt) e alti circa 150 metri. “Potrebbe trattarsi – commenta – di un progetto che va a sostituire quello denominato ‘Area Macerata 1’ di iniziativa dell’Unione Montana Marca di Camerino, depositato al Mase a settembre 2023 e rimasto sempre fermo”. E proprio a proposito di questo nuovo progetto l’associazione “Amici della terra” ha inviato un’apposita richiesta di inchiesta pubblica alla Regione Marche, che a sua volta dovrà presentarla all’autorità competente, ossia al Mase, “per favorire – dichiarano dal sodalizio – l’informazione e la massima partecipazione sul progetto dell’impianto eolico destinato a determinare un elevato impatto ambientale sul territorio”. La seconda proposta presentata nelle ultime settimane interessa, invece, “i monti Brunette e Serano, e cioè – chiarisce Angelo Velatta – la quinta di monti tra Foligno, Trevi e Campello sul Clitunno, che chiude a est la Valle Spoletana e sul cui versante occidentale si trova Trevi”. Anche in questo caso si tratta di 12 aerogeneratori della potenza di 4,2 megawatt (per una potenza complessiva di 50,4 megawatt) con la Valutazione di impatto ambientale (Via) attualmente in fase di verifica amministrativa. “Alla luce di questi ulteriori progetti – commenta a questo proposito Angelo Velatta – emerge come quasi il 3% del territorio regionale, inteso come ambito geografico, sia chiamato ad assicurare il 25% dell’obiettivo del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) al 2030: è un’esagerazione”.
Questo perché gli impianti eolici in fase di Via, concentrati nell’area dell’Appennino umbro-marchigiano – tra Nocera Umbra, Foligno, Trevi e Campello sul Clitunno – raggiungono quasi i 400 megawatt a fronte dei 1.731 assegnati dal Pniec all’Umbria. “La ripartizione del target tra le regioni, il cosiddetto burden sharing – dichiara a questo proposito -, deve valere non solo a livello nazionale ma anche all’interno della stessa Umbria: la condivisione degli oneri – ribadisce – deve riguardare tutto il territorio regionale, mentre ad oggi c’è un’evidente sproporzione tra territorio e fornitura assicurata”. Il problema di fondo per Velatta resta sempre, come spiegato anche nella precedente intervista, il fatto che a scegliere le aree per la realizzazione degli impianti eolici siano le imprese stesse e non ci sia piuttosto un’assegnazione da parte dello Stato. Tra i punti critici sollevati da Angelo Velatta anche la mancanza, ad oggi, del Piano paesaggistico regionale e di quello per l’individuazione delle aree idonee e non idonee in cui realizzare eventuali parchi eolici. Fondamentale, in quest’ottica, anche la partecipazione delle amministrazioni comunali, chiamate ad indicare “dal basso” i luoghi sui quali sia possibile pensare di realizzare gli impianti. “È un momento molto critico – ribatte – perché alcune scelte o si subiscono o si governano. È giusto che ambiente e sicurezza energetica vadano di pari passo – conclude – ma non si può pensare di piegare le ragioni dell’ambiente e del paesaggio (che è il riflesso materiale dell’ambiente) a quelle della sicurezza energetica”.




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