Storie Partigiane – Francesco Stella, l’ultimo della IV Brigata Garibaldi

by Ott 14, 2026Foligno e dintorni

La formazione della IV Brigata Garibaldi di Foligno è ora di nuovo al completo, mancava solo lui, Francesco Stella (Foligno 1924-2026), il partigiano di quasi 102 anni morto il 17 marzo scorso. Ci piace pensare che abbia raggiunto i suoi compagni andati avanti nel corso degli anni. Era l’ultimo di quei giovani “ribelli” folignati che tra il 1943 e 1944 presero la via della montagna e si opposero in armi contro i nazi-fascisti. La sua scelta, come per gran parte dei suoi coetanei, fu determinata dalla cruda constatazione del fallimento di quanto era stato costruito negli anni dalla dittatura fascista, tragicamente culminato con l’entrata in guerra dell’Italia. Ma già in famiglia aveva avuto la possibilità di sentire una voce critica contro il regime, quella del padre Agostino. Questi era emigrato negli Stati Uniti nel 1912 e vi aveva vissuto fino al 1920, aveva avuto modo quindi conoscere quella società e verificarne la netta superiorità in tutti i campi, “Per cui, – ricorda Francesco nelle memorie raccolte dal figlio Claudio –  quando sentiva Mussolini dichiarare che l’Italia non aveva paura di fare guerra alle potenze occidentali, diceva a noi figli che era un pazzo, perché noi, a loro confronto, eravamo un paese di pezzenti. Noi ragazzi, accecati dalla propaganda fascista, inizialmente lo contestavamo, gli dicevamo che si sbagliava, ma lui giustamente ci diceva che eravamo degli ingenui…”. Per tanti giovani come lui nati e cresciuti nel Ventennio, infarciti della retorica mussoliniana non fu semplice cominciare a considerare in maniera critica il regime. Ma la verità, celata fino ad allora dalla propaganda, gli apparve chiara con l’entrata in guerra  il 10 giugno del ‘40 che mise in luce tutta la tragica debolezza militare ed economica dell’Italia. E il giovane Francesco vive sulla propria pelle tutto ciò. Assunto a 18 anni nelle Ferrovie dello Stato presta servizio inizialmente a Ciampino, vicino all’aeroporto militare e poi ad Orte. Conosce presto l’incubo dei bombardamenti; sui treni di cui gestiva il traffico misura con i propri occhi l’inadeguatezza delle forniture militari italiane. Ma è soprattutto la carenza di cibo che  rende durissima la vita e fa aprire gli occhi sulla realtà: “…dal risveglio alla sera quando andavo a letto ero accompagnato da una fame continua”. Del resto il razionamento alimentare, la famigerata “tessera annonaria”, con le esigue quantità e qualità dei nutrienti poteva assicurare non più di mille calorie al giorno. Matura così un’avversione sempre crescente nei confronti del regime, tant’è che i colleghi di lavoro di Orte anch’essi antifascisti, alla fine del ’43  gli propongono di unirsi ai primi gruppi partigiani che si stavano aggregando il quel territorio. Ma Francesco preferisce tornare a casa sua, a Morro di Foligno; prende quindi contato con i partigiani del primo nucleo di quella che sarebbe poi diventata la IV Brigata Garibaldi, comandata da Antero Cantarelli che aveva allora sede a Raticosa di Trevi. Nella situazione un po’ fluida di quei primi passi della lotta partigiana, Francesco non vive alla macchia con i suoi nuovi compagni, va e viene tra casa sua e quei luoghi, tant’è che verrà arrestato una prima volta dai carabinieri di Casenove perché non aveva consegnato un fucile da caccia che aveva portato con sé da Orte.  In quell’occasione verrà rilasciato senza conseguenze grazie all’intervento del parroco e del medico condotto di Casenove. Racconta Francesco che “…a seguito di questo episodio, due notti dopo, ci fu un’azione di ritorsione da parte di un gruppo di partigiani, che fecero irruzione nella caserma dei carabinieri portandosi via tutte le armi che avevano in consegna”.  Un altro episodio ben più pericoloso quello accaduto di lì a poco a Foligno; era di ritorno da Orte dove si era recato per prendere vestiti e oggetti personali, nello zaino però oltre a queste cose aveva nascosto anche delle munizioni ed un pugnale che aveva intenzione di consegnare ai partigiani. Appena uscito dalla stazione viene fermato da due militi fascisti che ispezionano il suo bagaglio e trovano le armi, uno dei due si allontana per chiedere istruzioni ai superiori, ma l’altro  “…mosso a compassione per la mia giovane età ed essendo lui un padre di famiglia, mi disse di allontanarmi rapidamente e di mettermi in salvo”. Francesco non incontrò più quell’uomo, si chiese spesso come avesse giustificato la mia sparizione, ma fu sempre sicuro di essergli debitore della vita. Ci fu però un episodio che lo spinse a darsi definitivamente alla macchia con gli altri “ribelli” della IV Brigata Garibaldi. Il 19 gennaio 1944 un aereo americano, un bombardiere Liberator B24, viene centrato dalla contraerea tedesca dell’aeroporto di Ospedalicchio e cade nella zona di Serrone, due piloti si lanciano con il paracadute e atterrano nella zona di Acqua Santo Stefano. Francesco li vede cadere, si mette alla loro ricerca e li trova in una zona boscosa, li guida presso famiglie sicure ed ospitali della zona e successivamente a Cammoro nella sede della sua squadra partigiana. Nella storia raccontata da Francesco non è chiarito se i due americani siano rimasti con i partigiani fino alla liberazione di Foligno o se abbiano invece raggiunto la zona libera a sud della linea Gustav. Di sicuro almeno uno di loro si salvò perché 61 anni dopo il figlio di uno dei piloti che era in Italia in viaggio di nozze venne a Foligno per conoscere e ringraziare i salvatori del padre, e questa bella storia è raccontata in un articolo di questo numero.  Dopo il salvataggio dei due la posizione di Francesco diventa più delicata, comincia a destare i sospetti dei repubblichini e si da definitivamente alla macchia. Pochi giorni dopo, insieme ad altri partigiani della sua formazione, riesce a sfuggire al terribile rastrellamento del 3 febbraio 1944 che interessò il territorio compreso tra Colle Scandolaro, Cancelli, Casale, Acqua Santo Stefano e Scopoli. Due furono le persone uccise, un bambino di 8 anni e un giovane di venti,  25 tra partigiani e civili i deportati in Germania, solo sei di questi tornarono alla fine della guerra. Tra questi anche Lino Spuntarelli, fratello di Maria Fausta la donna che Francesco conoscerà e sposerà negli anni seguenti. Francesco trascorrerà tutto il periodo della guerra partigiana, fino alla liberazione di Foligno il 16 giugno ’44,  nel  battaglione “Ardito” che operava in una zona compresa tra la montagna di Foligno, Trevi e Campello, al comando di Marcello Formica. Parteciperà alle principali azioni della sua formazione: sottrazione di armi, cattura di un soldato tedesco, “…scontri a fuoco con i nazi-fascisti sia nella valle del Menotre sia in Valnerina, particolarmente nella zona di Borgo Cerreto”. Per la sua attività di partigiano Francesco sarà decorato con la Croce al Merito di Guerra, riceverà inoltre un attestato di benemerenza firmato dal generale Harold Alexander, Comandante delle Forze Alleate in Italia per aver contribuito al salvataggio dei due piloti. Dal racconto di Francesco vien fuori la visione morale che animava quel giovane partigiano, bene espressa quando ricorda l’episodio del motociclista tedesco “… rallentò vedendo i miei amici in mezzo al passaggio. Immediatamente, però, dopo che gli avemmo puntato le armi contro, accelerò e partì, scappando via. Noi facemmo fuoco, colpendolo numerose volte […] Si sarebbe potuto salvare semplicemente arrendendosi. Non era nostra cultura, quella di uccidere.” Sentiva molto netta la differenza con i nazi-fascisti che praticavano una cultura di morte: “noi combattevamo per la libertà, gli altri a favore della barbarie e della dittatura”.  //

(Riferimenti bibliografici e fonti: L’Umbria dalla Guerra alla Resistenza – Editoriale Umbra 1998; Memorie famiglia Stella)

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