Lettera per un paese al tramonto
Che te ne sei andato: a chi importa? A chi sei mai mancato? Qualcuno si è mai accorto che c’eri? Che senso ha scriverti? Mentre eri in vita sarebbe stato più facile conoscerti prima attraverso il ricordo – l’impressione di uno sguardo, di un saluto scambiato, di una parola distratta o delle uguali e regolari consuetudini da montanaro – che non per un’acquisita e duratura frequentazione, tanto eri schivo e solitario.
Ti precedeva lo scabro mistero di chi, novantenne, non avesse niente da raccontare di sé che la frugalità dei bisogni e il nudo tenore della giornata non potessero già riassumere, eppure, per tanto o poco che trapelasse dalla ridda degli aneddoti, covasse ancora il favoloso pudore di una sconfitta, di un’emarginazione, o di una scelta sofferta, all’ombra ironica e dolciastra delle grinze sul volto. Dimesso, defilato, un po’ sornione, rubizzo, mai ruvido nei modi con vicini e passanti, conversavi come per parabole con quanti, dietro rumorosi motteggi o per l’aperto desiderio di attingere alla tua guizzante memoria, infrangevano la vicenda monacale delle tue ore, riportando alla luce squarci di un passato comunitario con il sentimento del tempo, quasi fossi un aedo intento a ricantare le piccole storie della civiltà della montagna dentro alla grande Storia. Un proverbio tagliente, un adagio popolare, una mordace sentenza ricucivano alla vitalità lucida della narrazione il dolore per le cose andate, con il disincanto sapido di chi abbia distillato i furori della giovinezza in uno stoicismo rustico, senza sconti di gravità ma anche senza rancori. Ciononostante, imbozzolato come in una patina di vetro, eri tanto rifulgente nel ruolo di enciclopedista orale dei nostri altopiani quanto diafano e scheggiato per i consorzi umani, così preziosamente ravvolto da una polvere intrattabile.
Talvolta erano i cori del bestiame puntualmente affamato e la nuvola di trovatelli gnaulanti a suggerire la presenza viva di te che, discreto e inavvertito, dal ciglio cupo e mucido di una casa scontrosamente pigra nell’aprirsi al sole e agli altri, venivi richiesto per le razioni alimentari: e paternamente andavi a occuparti di uno stuolo di figliocci tanto esigente in cambio di una tenera compagnia, trascinandoti con la lentezza di chi unisce le usate cure domestiche al macchinale impaccio motorio di un’età avanzata. Ma cosa rimbombava invece nel silenzio oracolare degli ultimi due anni che hai trascorso – già troppo fiacco e inabile agli oneri dell’allevamento e al duro lavoro nei campi – a sedere sul ceppo della piazzola, talora goffamente assopito sotto all’inseparabile cappello di paglia, la schiena di sguincio e le braccia bronzee conserte, in contemplazione di un orizzonte senza traguardi? Allora, poiché anche l’animo più roccioso va incontro all’erosione, ci era stata tacitamente concessa un’intrusione carezzevole nell’alcova spoglia del tuo privato, di poche essenziali attenzioni, di cui le circostanze esprimevano il monito, sebbene la tua robusta autarchia non ti aiutasse a palesarne la necessità: tra il saluto all’alba e quello serale ecco dunque qualche ramoscello per le braci del camino, le piccole spese settimanali, un piatto caldo la domenica e comporre per te il numero di telefono di qualche lontano nipote. Più placida di te solo la neve d’inverno, quando nottetempo, indisturbata, ammanta alture e praterie. Più lieve della tua vita solo la bava di vento che spira, vezzosa e lusinghevole, nella tarda primavera. E ugualmente muta, ma pure violenta come i refoli che vorticano nei crepacci, risuonando per lo scheletro cavo di una pieve diroccata, è stata la tua dipartita.
Chi saprà mai la tua vita di uomo? In quali cuori arde oggi il ricordo di te, ben oltre i radi incontri? Qualcosa si è sfaldato, qui in paese, dove il linguaggio dell’assenza s’inalvea perfino tra le acque sorgive e gli argini dei fossi, informando i pensieri di chi resta. Come se a separarsi da queste terre alte fosse stato un nume tutelare e con il suo dissolvimento venissero alterate anche le veci stagionali, tra lo struggimento del mondo vegetale e il cordoglio dell’assemblea degli animali, a pochi mesi dal tuo addio gli alberi lungo la strada principale hanno preso a rovinare al suolo in un domino di tonfi, puntando il cielo come esanimi capitozze; il roseto è rimasto un gomitolo di spine; i ragni hanno smesso di affrescare con il loro fitto enigma di zampe la parete a solatio della tua abitazione; la spinta idraulica dal monte si è indebolita e, in maggio, nel pieno disgelo, a un anno esatto dalla tua partenza, lo schiocco minerale della fonte non ha emesso che fiotti discontinui. Dal pianoro odoroso di fieno e gravido di biondi grani tornano gli amanti dei nostri cari luoghi, camminatori, paesaggisti, fotografi: tante facce ormai amiche, che è sempre un piacere rivedere ancora, sgranchita la letargia dei mesi precedenti, chiedono di te, dell’anziano signore assiso sul ceppo che si lascia narrare un po’ del mondo che mai ha conosciuto mentre fa dono delle sue esperienze di guerra e dei ruderi del villaggio estinto da cui proviene. Vorrebbero ritrovarti. Dobbiamo deluderli. Passano oltre. Ma dunque il seme dell’umano affetto può spandersi con gratuità anche tra sconosciuti, radicare negli anfratti della solitudine e germogliare su coloro che ci mancano, perfino quando si è stati nient’altro che il ricordo di un avventore.
Caro Checco, oggi guardo quello stesso orizzonte in cui sei sprofondato e intanto riaffiorano i muggiti di un tempo, e tra questi il primo vagito del vitellino che in punto di nascere, con la mia sprovveduta assistenza, si ribaltò con me sul covone di paglia, le processioni tra chiesuole per il santo patrono, l’abbondanza dei frutti selvatici che stipavi come tesori, la coriacea solidarietà dei montanari dopo le ferite del sisma, le infinite genealogie delle famiglie locali e poi, su tutto, l’ermetismo gentile e terroso di strambotti e ballate che ritessevi per il divertito incanto di me bambino. Quando si cresce tra i vecchi di montagna, pupillo di tanta assennata operosità, il cuore s’incanutisce prima, eppure si fa tanto largo da ospitare l’eredità doviziosa dei padri che hanno ripetuto il corso e la sapienza dei gesti. Ma con la tua morte si spegne un’altra luce per serbare la coscienza umana del patrimonio che resta; sono più sparute le voci, più fragile e temerario è l’impegno affinché i lasciti simili al tuo alimentino i fenomeni rigenerativi dell’Appennino. E io adesso non ho più qualcuno grazie a cui ancora scoprire i toponimi antichi, decifrare le tracce del tempo, e sfilaccio le uniche testimonianze che ancora dovremmo sentirci raccontare, se è vero che appartenere a queste terre è anche un atto politico: un patto umano con un territorio che, sempre più spesso soggetto all’affarismo bieco di quanti se lo giocano a dadi, non può immolare gli equilibri antropologici e naturalistici di un passato recente e remoto per un futuro che fintanto non dà garanzie se non di sfacelo e predazione.
Da queste quattro case parlo alla notte del tuo sonno ormai perpetuo e indago i segnali dell’alba. Ti scrivo perché temo la notte di una montagna ancora vivente e preferirei che tutto restasse un sepolcreto rurale, se è vero che i cambiamenti a cui dovremo assistere saranno fatalmente irreversibili e, più forti di una semplice morte, ci toglieranno perfino l’inestimabile identità secolare. Caro Checco, ti scrivo perché il tuo nome raccoglie i nomi dei nostri altopiani e, finché potrò nominarti, finché avremo i nudi nomi per dare forma ed etimo a una montagna che stiamo vedendo scomparire e che la tua generazione ha custodito e fatto crescere, allora avremo un tramonto per arrestare l’oblio, una luce che è abbastanza per resistere prima della notte.




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